Il tempo è scaduto (da www.lastampa.it)

FEDERICO GEREMICCA
Gli applausi, come al solito. E poi le lodi e l’apprezzamento, naturalmente. Ed è così, praticamente senza eccezione alcuna, che anche ieri leader e comprimari hanno accolto il discorso di Giorgio Napolitano: probabilmente l’intervento più allarmato e severo mai svolto da un Presidente della Repubblica nei confronti dei partiti politici.

Non si riesce più a intendere, ormai, se tali reazioni siano frutto di impotenza o di ipocrisia.

Ma qualunque sia la ragione di apprezzamenti che non si traducono mai o quasi mai in scelte conseguenti, il Capo dello Stato ha voluto avvertire ieri che il tempo è praticamente scaduto: e che alcune scelte non sono più rinviabili, e certi atteggiamenti non più tollerabili.

Non è che Napolitano abbia chiesto alle forze politiche qualcosa di diverso da quel che i partiti stessi ogni giorno proclamano di voler fare e – anzi – di esser sul punto di fare: una nuova legge elettorale che permetta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento; impegnarsi affinché «dove si è creato del marcio, questo venga estirpato»; approvare una legge sui partiti e modificare radicalmente le norme che ne prevedono il finanziamento: fissando più limiti e maggiori controlli. Sono mesi – anzi: anni – che le forze politiche applaudono, ringraziano ma poi la cosa finisce lì: e così, però, anche l’idea, l’affermazione che la cattiva politica possa esser battuta davvero soltanto dalla buona politica – piuttosto che dalla dilagante «antipolitica» – resta lettera morta. Declamazione. Ipocrisia.

Come non bastasse – come non bastasse, cioè, l’infimo livello di credibilità toccato – i partiti fanno altro: si moltiplicano, cambiano di nome, annunciano metamorfosi e «grosse sorprese» che, se non sono un tentativo di distogliere l’attenzione dai guai presenti, certo conclamano una distanza dal Paese reale che rischia di essere foriera di ogni guaio. Nessuno, naturalmente, la fa facile e pensa che sia opera semplice ricostruire il sistema politico sotto il tiro incrociato del populismo e della demagogia: ma immaginare che il compito sia ulteriormente rinviabile – magari correndo verso elezioni anticipate, che Napolitano ha nuovamente chiesto di scongiurare – è solo testimonianza di confusione o di vera e propria irresponsabilità.

Sia l’una che l’altra, in fondo, appaiono in qualche modo l’inevitabile conseguenza della crisi verticale nella quale è precipitato il modello-partito nato dalle ceneri della Prima Repubblica. Partiti «non-partito», li ha definiti D’Alema. O anche «partiti del leader», come ha voluto correggere qualcun altro. In ogni caso, partiti che il più delle volte – e con le necessarie distinzioni – sono plasmati e rappresentati da un uomo solo. Leader senza vice, senza eredi e senza ricambi, verrebbe da dire.

E infatti chi è l’erede di Silvio Berlusconi? Nessuno, in fondo, pensa davvero che possa essere il volenteroso Alfano. E chi è l’erede di Bossi? Forse Maroni, tuttora bisognoso di tutela, protezione e investitura? E lo stesso discorso vale per Casini e per Di Pietro, leader solitari e senza vice. Lo stesso modello – come in un inarrestabile circolo vizioso – viene incredibilmente e paradossalmente riproposto perfino nel magmatico campo dell’«antipolitica»: o c’è qualcuno che pensa davvero che Beppe Grillo abbia un erede e che il suo Movimento possa sopravvivere ad una sua (non prevista) uscita di scena?

Leader senza vice. Leader senza eredi. E il più delle volte, senza nemmeno un gruppo dirigente capace di supplenza. E naturalmente, colpito il leader – perché sconfitto, perché finito nei guai o perfino perché ammalato – quel che resta è la desolante confusione che è oggi sotto gli occhi di tutti. I partiti navigano a vista, non hanno rotta, subiscono quasi passivamente l’ondata di melma scagliata loro addosso dalla demagogia e dal populismo dilagante. Appaiono paralizzati. E invece l’unica di via di salvezza sarebbe agire e trovare «soluzioni che sono diventate urgenti, anzi: indilazionabili», come ha avvertito ieri il Capo dello Stato. Pena non solo il loro destino: ma al punto cui siamo, anche le sorti del Paese.

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