Ma al nord il Pd latita ancora (da www.espresso.repubblica.it)

di Massimo Cacciari

La crisi della Lega non sposta di un millimetro un problema antico: chi può dare rappresentanza al ceto medio del settentrione? La sinistra fa una gran fatica a rientrare in gioco

La crisi della Lega sembra riaccendere l’attenzione politica sulla “questione settentrionale”. Speriamo che il tema sia affrontato con l’ottimismo della volontà e non all’unico scopo di trarne qualche vantaggio elettorale. 

Che la faglia storica del Paese tra Nord e Sud si sia addirittura aggravata nell’ultimo ventennio di non-governo è una drammatica realtà che nessuna retorica patriottica può coprire. Così come è una realtà che il Paese si regga sostanzialmente sulla tenuta produttiva, occupazionale (e sul gettito fiscale) delNord.

Fatti, dati e numeri sono testardi. Il fallimento politico del bossismo (che è effetto anche, ma non solo, dell’alleanza con Berlusconi) deriva dall’errore di aver voluto trasformare la “questione settentrionale” in una questione “nazionale”, come se la spaccatura di interessi materiali potesse o dovesse essere spiegata, e venire rafforzata, nei termini di una contrapposizione tra “nazioni”, un po’ sul modello catalano, basco, fiammingo o irlandese. 

Errore di irrealismo e mancanza di cultura (cui Gianfranco Miglio aveva invano tentato di porre rimedio): chi avesse letto Guicciardini e Leopardi mai l’avrebbe commesso. Come sono pensabili ideologie secessioniste-indipendentiste in un Paese in cui ciascun individuo fa “nazione” a sé? Tuttavia si tratta forse di quegli errori necessari di cui la storia è piena. E poi è ben noto: chi sa non può. L’ideologia ha impedito di definire programmi coerenti. La matrice federalista si è trasformata in un centralismo regionalistico che ha partorito, alla fine, giunte e regimi formigoniani, contribuendo al fraterno livellamento delle pubbliche amministrazioni ai gradini più bassi dell’efficienza e della correttezza. 

L’inevitabile vocazione ministeriale e centralistico-burocratica di ogni forma-partito ha avuto come effetto, del tutto fisiologico, per nulla “magico”, correnti, “famiglie” e rendite connesse. Ma la “questione settentrionale” rimane sempre lì, più forte e più esplosiva che mai. 

Mi piacerebbe chiedere agli stati maggiori dei Ds d’antan (peraltro in buona sostanza gli stessi del Partito democratico attuale), ai leader di querce, ulivi, asinelli e margherite vari, quale sarebbe la situazione attuale, quali sarebbero gli equilibri politici al Nord, se si fosse realizzata la proposta di un’organizzazione federalistica interna di queste forze, con una loro presenza davvero autonoma nelle regioni settentrionali. Quale risposta positiva sarebbe ora possibile avanzare alla crisi della Lega. E invece, come tutte le indagini dimostrano, neppure un voto sembra recuperabile. 

La storia non si fa con i “se”, ma solo ragionando su ciò che poteva essere la si comprende. Il confronto, su questo terreno, è avvenuto nel corso del ventennio tra vecchie politiche centralistiche e pseudo-federalismi ideologici, irrealistici e protestatari. E il problema rimane lì, del tutto irrisolto: chi sarà capace di dare risposte di governo, positive, ai concreti interessi di quel complesso ceto medio produttivo del Nord, stra-studiato e altrettanto poco rappresentato? Potrà candidarsi a farlo ancora la Lega? Forse, vista l’assenza degli altri a tutt’oggi. Ma solo nella sua variante maroniana, senza compromessi col passato. 

Roberto MaroniRoberto MaroniE una Lega di governo non è concepibile senza rapporti organici con il resto della destra ex berlusconiana. Operazione difficilissima, anche perché in mezzo ci sta il rapporto con Monti e il suo governo tecnico. Ma fino a quando, dall’altra parte, non c’è che il piangere sul latte versato, le straordinarie occasioni perdute e il dilemma del rapporto coi Vendola e i Di Pietro, anche Roberto Maroni e il suo ceto amministrativo locale, tutto sommato decente, possono sperare.

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