L’imbroglio del premier sulla scheda (da www.europaquotidiano.it)

Marco Follini

Cambiare la legge elettorale significa onorare il debito che la classe politica ha contratto verso i propri elettori. C’è da sperare che quel debito venga pagato per il buon nome di tutti noi: sia quelli che a suo tempo hanno favorito il Porcellum, sia quelli (anche il sottoscritto) che l’hanno contrastato troppo debolmente. Ora però sarebbe bene che si evitasse in questo campo di contrarre altri debiti, di commettere altri errori e magari di mettere in cantiere altri rimorsi. C’è un punto, tra quelli di cui si parla, che nasconde un equivoco. Si tratta dell’indicazione del premier.
Quell’indicazione viene confermata anche nella bozza di cui si discute, a dispetto del fatto che tutto l’impianto di cui si ragiona va nella direzione opposta. Non ci sono più le coalizioni obbligate, non c’è più l’elezione del primo ministro in presa (quasi) diretta, si torna al canone della democrazia parlamentare, ma quella parolina “indicazione” resiste a dispetto di tutto. Si tratta di una ipocrisia. Non nel senso dell’omaggio che il vizio rende alla virtù, ma nel senso opposto: dell’omaggio cioè che la virtù rappresentativa si ostina a rendere al vizio plebiscitario.
Non si comprende davvero per quale ragione si debba conservare un residuo di presidenzialismo in una legge che nasce sotto tutt’altro segno politico e istituzionale. Personalmente trovo un po’ stucchevole l’evocazione (addirittura) di una Terza repubblica. Penso che stiamo solo cercando di correggere alcuni equivoci e storture della fase che ci stiamo lasciando alle spalle. Di recente abbiamo “eletto” due premier, e non si può certo dire che ci siamo trovati benissimo.
Uno in particolare lo abbiamo votato a furor di popolo, o quasi, e ha dato una prova non proprio brillantissima di sé e della sua capacità di guida. Per giunta, per uscire dai guai, ci siamo dovuti rivolgere a un premier il cui nome era sconosciuto ai più fino a pochi giorni prima. Insomma, s’è visto alla prova dei fatti che solo una democrazia rappresentativa, dotata di un minimo di flessibilità, sembra capace di rimettere il paese in carreggiata quando si arriva sul ciglio del burrone.
Bene, se le cose stanno così, è giusto dirlo. Raccontare agli elettori che con la nuova legge sceglieranno il premier, solo perché troveranno dieci nomi in ordine sparso sulla scheda, è un imbroglio. Se si affida la scelta dell’esecutivo al negoziato politico e parlamentare – come credo sia giusto – è ancor più giusto che la cosa venga messa in chiaro, assumendosene fino in fondo la responsabilità. So bene che una simile scelta comporta un minimo grado di impopolarità presso una parte dell’elettorato. Ma a lungo andare credo che una condotta di limpidezza e di lealtà sia di gran lunga più apprezzabile. Il nostro sistema politico ha pagato fin troppe volte il prezzo dell’opacità con cui si sono volute avvolgere dentro le spire della demagogia le sue buone ragioni. E anche, se vogliamo, le sue ragioni più discutibili e controverse.
Io non credo che quel tanto di presidenzialismo mascherato che ha contrassegnato le ultime campagne elettorali susciti ancora le speranze di qualche anno fa. Si cambiano le regole perché quel “gioco” non ha funzionato. Ma se è così, la cosa va messa nero su bianco. Togliere agli elettori la titolarità di scegliere in diretta i governi con il loro voto lasciandogliene l’illusione significa inoculare nel nostro discorso pubblico un veleno. Uno di quei veleni di cui prima o poi – e più prima che poi – ci si dovrà pentire. Meglio dire oggi le cose come stanno che cospargersi domani il capo di una ennesima (e inutile) cenere. 

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