Né con Keynes, né con Monti (da www.europaquotidiano.it)

Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

In Italia, desolante ma vero, il dibattito sull’identità della sinistra sembra monopolizzato da due opposte insensatezze: la prima, di chi “riformista” contrabbanda come non plus ultra del riformismo l’esecuzione, senza fronzoli né libere interpretazioni, delle istruzioni mercatiste della Bce (corrente piuttosto affollata anche nel Pd). E la seconda di chi “radicale” addita come massimo del radicalismo il riciclaggio di vecchie e già fallite ricette stataliste (pure in questo caso, la posizione non manca di emuli tra i Democratici). Appartiene alla seconda fattispecie anche la neonata Alleanza per il lavoro, i beni comuni e l’ambiente – acronimo Alba – che vede un gruppetto di onorabili e non giovanissimi professori universitari autoeletti ottimati proporsi come il nuovo che avanza sulla base di un manifesto che mette insieme demagogia populista – «noi siamo gli anti-partito, dunque seguiteci» – e retorica anti-capitalista.
Il primo errore, scambiare riformismo per moderatismo, ha origine nell’idea che per essere realista, concreta, la sinistra debba rinunciare a propositi di radicale cambiamento della realtà e rifuggire anche da troppo aspri conflitti sociali. Un’idea che particolarmente in Italia ha condizionato la sinistra “di governo”, spingendola spesso ad assecondare gli interessi più forti e consolidati: nasce anche da qui, da un malinteso senso di realismo, la ricorrente opacità del rapporto tra la “nostra” politica – la politica dei riformisti al governo delle città, dei territori – e gli “affari”, anche da qui dunque la nostra fetta di “questione morale”.
L’altro errore, scambiare radicalismo per statalismo, è nel guardare al presente e al futuro dallo specchietto retrovisore. Così non si vede l’essenziale. Non si vede, per esempio, che difendere i beni comuni è il contrario di negare, come negano tanti nostri referendari, che l’acqua chiunque la gestisca è una risorsa scarsa e che per amministrarla come bene comune occorre che chi più ne consuma più la paghi.
Non si vede che, se certamente bisogna battersi per uno spazio pubblico di politiche, di servizi e anche di spesa irriducibile alle logiche del mercato, al tempo stesso vanno recuperate parole a lungo considerate dalla sinistra con sospetto – una per tutte: liberalizzazioni – ma diventate oggi squisitamente di sinistra perché corrispondono al bisogno, all’interesse, all’aspirazione di quell’esercito di “ultimi” – i precari, le donne, i giovani lasciati ai margini del lavoro e dei diritti sociali – che sono i veri “proletari” del XXI secolo.
E ancora, tenendo lo sguardo fisso all’indietro non si vede che questa crisi è figlia non soltanto dello strapotere della grande finanza, ma viene soprattutto da un cambiamento rivoluzionario in atto nel mondo, con due o tre miliardi di persone che dopo secoli di assenza ora bussano sempre più rumorosamente alla porta del benessere, che è stata finora una porta solo nostra: cambiamento che di per sé, misurato sui valori della sinistra, è totalmente positivo, e che però per la sinistra europea rappresenta una sfida terribilmente difficile.
Ma davvero non ci sono abiti mentali diversi da questi per una sinistra che voglia restare fedele alla sua ragione sociale – cambiare il mondo, renderlo più equo e più prospero – e rimanere al tempo stesso contemporanea? Noi crediamo che ce ne siano.
Sono gli abiti di un riformismo che non rinuncia a proporre cambiamenti radicali e “conflittuali”, siano la richiesta di un’Europa pienamente democratica o il rifiuto di un pensiero unico attento solo alle risposte dei mercati e indifferente, come macroscopicamente nel caso della Grecia, ai costi sociali delle politiche di risanamento. E sono gli abiti decisamente radicali, ma lontani dalle nostalgie del dirigismo novecentesco, dei Grünen tedeschi, che nel mezzo della crisi hanno trovato maggiori consensi, fino a vincere le elezioni nel Baden-Württemberg che è la regione più ricca e popolosa d’Europa, offrendo alla Germania una proposta che può valere per l’Europa intera: in un mondo trasformato dall’arrivo sulla scena di protagonisti che per numeri, per forza d’urto quantitativa sono incomparabilmente più grandi e potenti di noi, i paesi industrializzati per difendere il loro peso competitivo e il loro benessere sociale devono specializzarsi nel produrre e vendere qualità, a cominciare dalla qualità ambientale.
Allora ciò che serve alla sinistra anche in Italia non è ricercare l’ennesima “terza via”. È convincersi che la differenza tra conservatori e progressisti ha ancora molto senso ma solo a patto di collocarla nel nostro tempo. E che per dare corpo e speranza a questa differenza non serve resuscitare Keynes e Marx ma nemmeno sostituirli con Trichet, con Draghi o con lo stesso Monti. 

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