Come il Pd sfrutterà la vittoria (da www.europaquotidiano.it)

Nino Bertoloni Meli

Per martedì Bersani ha già convocato una riunione di vertice. Un summit doppiamente irrituale, sia perché il martedì successivo al voto in genere ancora si medita, sia anche per la composizione dei convocati, la segreteria insieme al coordinamento. Ma tant’è. 
Il leader democrat, e con lui più o meno tutto il partito, si attendono un weekend di successi dalle urne, un doppio successo, interno con le amministrative, ed esterno con la vittoria di Hollande. E già Bersani punta a capitalizzare.
Le urne che arridono al Pd dovrebbero almeno in parte compensare il malcontento che sconfina a tratti con l’irritazione che attraversa da qualche tempo buona parte del partito, ultimo episodio della serie, quella nomina di Giuliano Amato a supercommissario della riforma dei partiti, non per la persona ovviamente, quanto perché un tema proprio se non esclusivo dei partiti stessi viene così avocato a palazzo Chigi direttamente.
Il mal di pancia democrat è comunque più esteso. Va a investire direttamente il consenso e la tenuta di Monti e del suo governo, con i sondaggi che danno in costante calo il premier e la sua compagine tecnica, rischiando di trascinare nel gorgo uno dei principali sostenitori dell’esecutivo medesimo, il Pd appunto. «Siamo noi che rischiamo il maggior impatto degli sbagli del governo, è il nostro elettorato quello che fibrilla di più», conferma Lapo Pistelli che pure nel Pd fa parte del partito dei “montiani”. Ma dove può portare questa irritazione democrat? Tornano a infittirsi le voci di un Pd che briga per votare in autunno? Probabilmente quanti (ma sono pochi) accarezzano l’idea delle urne a ottobre troveranno legna buona per il loro fuoco. Il rischio però è che la pax bersaniana vigente dentro il Pd ormai da un bel po’ di tempo finisca per saltare irrimediabilmente, visto che si regge proprio sul sostegno a Monti. E del resto né D’Alema, reduce da iniziative diItalianieuropei insieme a Monti con tanto di elogi al premier, né Franceschini, né Veltroni né men che meno Letta mostrano di sbracciarsi più di tanto per il voto a ottobre. Non sembra sbracciarsi neanche Bersani, in verità, anche se ne avrebbe motivo visto che alla lunga può risultare alquanto castrante passare per il vincitore solo virtuale della lotteria senza mai incassare la vincita. Dunque? 
L’ipotesi che più si sta facendo strada al vertice del Pd è di capitalizzare il doppio successo elettorale atteso non tanto nella direzione di urne subito, quanto nella richiesta della più classica delle richieste: il cambio di rotta. Un cambio di linea politica ed economica da rivolgere al governo: e quindi patrimoniale, più crescita, più lavoro e meno Merkel. «Il più interessato alla vittoria di Hollande è proprio Monti», azzarda e conferma Pistelli. Ma nel Pd c’è anche chi sostiene che il cambio di passo dovrebbe essere proprio il partito a farlo. Il motivo è presto spiegato: se il governo è in calo costante nei sondaggi, questo non si traduce in una crescita del Pd, quanto di tutta l’area a sinistra.
In sintesi: a un Pd attestato attorno al 25 per cento, fa riscontro un’area “alternativa” (Idv, Sel, Rifondazione e grillini) più o meno della stessa portata, a conferma che il calo del governo avvantaggia solo l’area contestativa e non quella riformista. Il consenso di Monti, intendiamoci, è pur sempre elevato rispetto in particolare al precedente governo, ma il Pd non capitalizza nulla di quei 4-5 punti guadagnati nel passaggio da Berlusconi al professore della Bocconi. In un quadro che vede Pdl e Lega ai minimi storici (insieme non arrivano al 30 per cento), l’area terzopolista intorno al 15 per cento, il rischio del Pd è di ritrovarsi sì con avversari deboli, ma incapace a sua volta di forza espansiva e quindi tentato, anzi costretto, a sopperire ricorrendo alle alleanze. Facile a dirsi: poiché l’Udc ha detto addio al centrosinistra puntando su un’Opa amichevole- ostile tutta interna a Pdl e centrodestra, se il Pd non intende, come tutti dicono, rispolverare la famosa foto di Vasto, altro non gli rimane che recuperare l’altrettanto famosa linea della “vocazione maggioritaria”, specie se si andasse al voto con una legge elettorale proporzionale. «E comunque, piuttosto che condannarsi a governare un anno con Idv e Sel per poi rompere, meglio puntare allora alla grande coalizione», mettono i paletti i veltroniani. E non solo loro. 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Articoli dalla Stampa Nazionale. Contrassegna il permalink.