Arriva Renzi che non parla dei problemi del Sud

(repubblica napoli 25 sett 2012) 

Un amico bersaniano mi ha fatto notare che nel programma di Matteo Renzi non si parla di “Mezzogiorno”; aggiungendo subito dopo che “almeno poteva dire che rappresenta non una palla al piede ma una risorsa per lo sviluppo del paese”. E’ vero, nel suo programma Renzi non usa mai la parola “Sud”. Come non usa mai nemmeno la parola “Nord”. Credo che sia la prima volta che un leader politico ometta di affrontare la questione territoriale. Una carenza o forse un nuovo modo di porsi in politica. Al di la della retorica dei discorsi tipici del “politico”, oggi vi è infatti la consapevolezza diffusa che l’assistenzialismo non è una buona medicina. La medicina per il Sud è quella per l’Italia. 
Renzi dunque apre la sua campagna elettorale nel Mezzogiorno il giorno 26 partendo da Napoli, senza avere una ricetta ad hoc per il Mezzogiorno. Cosa verrà a raccontare ed a rappresentare? Qualcuno malignamente ha osservato che rappresenta gli scontenti del Partito Democratico. In parte è vero e certamente tra questi vi saranno (come sempre accade nei nuovi movimenti emergenti) posizionamenti di rottamatori che andrebbero in realtà rottamati. Ma il movimento di Renzi è anche altro e molto di più. Non vederlo vuol dire bendarsi gli occhi. Rappresenta il desiderio di voltare pagina, un movimento di opinione che si allarga spontaneamente ritrovando in Renzi la possibilità di poter esprimere un voto che non sia per la vecchia politica e non si rassegni all’antipolitica. A Napoli ed in Campania, come in tanti altri territori della penisola, la nomenclatura del partito è quasi interamente schierata contro Renzi. Vi è certamente la legittima preoccupazione di veder compromessa la vittoria ad appena un passo dal traguardo, ma vi è anche la evidente paura di veder compromessa la propria autorevole collocazione all’interno della casta, a tutti i livelli, da quello dei papabili parlamentari a quello dei modesti funzionari di provincia. Contro Renzi sembrano unite le diverse anime del partito, oramai senza differenze culturali ma ridotte sostanzialmente a lobby che riferiscono ad un capobastone. A favore di Renzi si ritrovano probabilmente le minoranze in difficoltà ma anche e soprattutto un movimento di persone ampio e diversificato che semplicemente vorrebbe tornare a credere nella politica e per crederci chiede soltanto un ricambio netto nei volti e nel linguaggio. Si chiede in fondo meno retorica e si è disposti in cambio ad accettare anche una certa dose di populismo. Partendo dalla rottamazione di un concetto: quello del politico a vita, di chi pensa che la politica sia un mestiere a tempo indeterminato, un’occupazione e non una distrazione temporanea dalla propria occupazione. Renzi sembra avere un concetto di comunicazione moderno e disinvolto ma soprattutto sembra aver intuito che oggi la vera battaglia non è tra destra e sinistra ma tra la politica e l’antipolitica: per questo motivo si rivolge anche ai delusi di Berlusconi, perché il suo elettorato di riferimento è composto da quella parte della popolazione che è stanca di una politica retorica e ripetitiva e pur di cambiare è disposta al non voto o al voto di protesta fine a se stesso. Nel Mezzogiorno questa speranza di poter praticare, o almeno sognare, una politica che non sia mero clientelismo e/o affiliazione al capobastone di turno si è particolarmente affievolita. Ed è per questo motivo che il richiamo di Renzi risulta quanto mai potenzialmente seduttivo. Il PDL è in frantumi. Il PD è ancora alla ricerca di un’identità e tuttavia rischia di vincere, sia con Bersani che con Renzi. Con Bersani il copione sarebbe prevedibile. Con Renzi la geografia dei partiti e della politica subirebbe un violento terremoto ed il copione sarebbe tutto da inventare e costruire. Al di la dei meriti e delle potenzialità di Matteo Renzi come persona, Matteo Renzi come leader in questa congiuntura politica rappresenta una potenzialità. Di spostare parte dell’elettorato dall’area della protesta (con voto o con astensionismo) a quello di governo, mantenendo ferma la rotta impostata da Mario Monti. Di deviare masse consistenti di voti da destra a sinistra. Di cambiare l’idendità stessa del Partito Democratico e la sua collocazione baricentrica nella geografia politica del paese. Di cambiare buona parte della classe dirigente politica nel paese. Di archiviare il concetto di politico di professione ed a vita, di concepire un partito liquido e con costi della politica molto più ridotti per le casse dello Stato con l’abolizione (o drastica riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti. Di avviare una nuova stagione di riforme dove il Mezzogiorno viene dimenticato come problema specifico ma viene declinato come parte indistinta di un problema generale. Renzi Viene accusato di non essere di sinistra. Ma è stato di sinistra la tassa sulle barche di diporto, imposta con il decreto salva-italia? Il PD l’ha chiesta ed ottenuta. Ebbene per le casse dello stato è stato un flop (appena 24 milioni di gettito), le imbarcazioni hanno abbandonato i porti italiani, il settore già in crisi sta affondando, creando nuova disoccupazione e miseria. Che sia da monito a quanti pensano che occorre fare “cose di sinistra” punto e basta : alla prova dei fatti talvolta producono l’effetto contrario a quello desiderato. Se Renzi vuol fare qualcosa per il sud, abolisca immediatamente la tassa sulle barche da diporto, i nostri porti ne avrebbero certamente un vantaggio maggiore di nuovi contributi a fondo perduto.

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