Attenti al bis del 2006 (da www.europaquotidiano.it)

Alla Befana entreremo in quello che Giovanni Sartori definiva «il momento demagogico della democrazia», le elezioni. Il paradosso del vecchio liberaldemocratico (5 gennaio 2006) nasceva anche dal disincanto per un centrosinistra – l’Unione di Prodi – che andava al voto del 9 aprile con un coacervo “unitario” di partiti, partitini e bande, nel candido proposito di trasformare la somma dei loro eletti in una maggioranza “omogenea e autosufficiente” (i due aggettivi usati ieri da Vassallo su Europa come condizione perché, dopo il prossimo aprile, il centrosinistra governi in continuità col punto di forza “istituzionale” dell’agenda Monti, la stabilità dell’esecutivo).
Forse è il caso di ripassare, in un brevissimo bignamino, l’episodio del 2006.
Prodi si era preparato a votare col sistema maggioritario in vigore, il Mattarellum, che comporta l’unione di tutti i partiti coalizzati, con un candidato comune in ciascun collegio (salvo il 25 per cento di eletti con ripartizione proporzionale). Ma a pochi mesi dalle elezioni, Berlusconi gli ruppe il giocattolo, ben sapendo (come ammoniva Sartori, che i partiti non sono mai stati uccisi dalle chiacchiere e dagli appelli, ma dal sistema elettorale, e dagli elettori che non li votano). Nacque coi voti di Fi, An, Udc e Lega il Porcellum, cioè un sistema proporzionale con truffa: il premio di maggioranza senza maggioranza di voti. Esso obbliga ciascun partito a presentarsi con proprio simbolo, programma e leader, salvo che più liste si apparentino: allora programma e leader sono unici. Il partito o la coalizione che ottiene un voto più degli altri riceve un premio di maggioranza pari a non meno di 340 seggi alla camera; mentre per il senato il premio si assegna a chi vince nella circoscrizione (regione) ed è pari al 55 per cento dei seggi “regionali”.
Il risultato di questa “porcata” fu che la vittoria milionaria dell’Unione venne ridotta a soli 25mila voti alla camera; al senato andò assai peggio, con un paio di senatori in più, subito raggiunti dal Grande Corruttore. Cose note. Meno nota, perché dimenticata, la critica a priori di Sartori, Panebianco e altri politologi a Prodi e allo stato maggiore unionista (Fassino e Rutelli compresi, per la loro “mancata resistenza” al leader). La critica di continuare a comportarsi come si votasse col sistema maggioritario, con una spasmodica ricerca dell’unicità è più che dell’unità degli alleati: col doppio risultato negativo di ridurre la multiformità dell’offerta che il proporzionale dà agli elettori, e con l’equilibristico “programma comune”, che si tradusse in centinaia di proposte anziché nei quattro o cinque punti forti che, in un mare di chiacchiere, sono i quattro cinque punti cardinali, senza i quali la bussola impazzisce.
Ma quell’errore degli unionisti aveva una spiegazione. Prodi mirava, oltre l’orizzonte elettorale, a costruire la base del futuro Partito democratico. Diciamo pure il sogno americano (bipartitico e maggioritario) di tanti di noi. Per questo avevamo partecipato con “eroico furore” ai referendum anti-proporzionale del 1991 e del 1993, dai quali nacque il bipolarismo imperfetto di Mattarella, ucciso nel 2006 dal berlusconismo perfetto di Calderoli. Oggi – francamente – questo grande disegno strategico oltre l’orizzonte elettorale non si coglie. Nel Pd si coglie soltanto il tentativo disperato di Bersani di conciliare due strategie inconciliabili, quella di chi vuol “todizzare” il Partito democratico spingendolo in braccio a Casini; e quello di chi lo vuol ri-sinistrizzare spingendolo in braccio a Vendola.
Dio sa come sia stato possibile concepire un simile Minotauro. E si coglie quindi, nuovamente, il grande litigio nel centrosinistra, che accompagnò i mesi preelettorali del 2006: Renzi contro Bersani, Bersani contro Di Pietro, Di Pietro contro tutti, Vendola contro Casini, mezzo Pd+Udc contro Vendola, eccetera, tutti effetti della confusione iniziale: quella “prodiana” dell’intesa da Casini a Vendola, con asse nel Pd, e quella “bersaniana” di elezioni primarie che, se fossero di coalizione, sarebbero metafisiche, visto che non c’è alcuna coalizione; e se fossero di partito, semplicemente non dovevano esserci, perché il leader del Pd è già legittimato dagli iscritti, dallo statuto. E, se proprio si vogliono rinfrescare le scelte, da un congresso del Pd. Una cosa è certa. E cioè che ancora una volta il centrosinistra si va a infilare nella rete e vi resta imbrigliato, mentre la destra cerca di trovare qualche non ladro da mettere in lista e il neo-centro cerca di “mettere etichette” – dice Passera – perfino a Monti. Che di etichette non ne vuole. Al punto d’aver fatto marcia indietro sulla sua “disponibilità” a un secondo mandato non appena ha sentito in tv le voci in falsetto di Casini e Fini che già lo avevano battezzato, cresimato, unito in matrimonio e accasato nella costruenda “Lista civica”. Che sorge sul fianco destro del Pd, attirando sguardi languidi dei nostri “todisti”; mentre Vendola continua a narrare con affanno e Di Pietro a deperire di solitudine. Vedi i sondaggi di lunedì.
Non spetta a noi, semplici osservatori ed elettori, suggerire cosa debba fare il Pd per riassettare l’asse squilibrato della sua politica. Sarebbe invasione di domicilio. Spetta tuttavia anche a noi ricordare, parlando del passato perché i presenti intendano, che il tempo è poco, gli impegni tanti, e il paese nauseato di tutto. E s’incazza quando sente dire “Tornare alla politica”, senza poter capire di quale politica si parli. 
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