Il tramonto politico dei big ex dc (da www.lastampa.it)

FABIO MARTINI

Oramai sembrava finita, l’ultima votazione si era tranquillamente consumata e invece Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea del Pd, ha voluto aggiungere la sua chiosa finale: «Chi aveva previsto uno psicodramma democratico può andare a dormire tranquillo. Ora ci attende un grande impegno per le Primarie e – consentitemi questa conclusione forse politicamente poco corretta – per la vittoria di Pier Luigi Bersani!». 

 

Da una platea, che per cinque ore si era dimostrata ultrabersaniana, si alza un applauso tiepido a quella così esplicita dichiarazione di voto da parte di chi, la presidente del partito, dovrebbe garantire equidistanza da tutti. Ma per la Bindi e per gli ex democristiani del Pd – Franco Marini, Beppe Fioroni, Dario Franceschini, Enrico Letta – è stata una giornata nera, l’ultima di un mese nel corso del quale quasi tutti i big di quella tradizione hanno provato a far saltare il banco delle Primarie con argomenti sempre trasparenti, ma tutti finalizzati ad evitare uno spettro: quello che nella boxe si chiama «fuori i secondi». E cioè un Pd che, chiunque vinca le Primarie, sia incardinato tutto attorno alla coppia Bersani-Renzi. 

 

In queste settimane gli ex dc – in particolare Bindi, Marini e Fioroni – si sono battuti come leoni, ma ieri mattina all’Ergife, Pier Luigi Bersani li ha spiazzati: azzerando tutti gli espedienti finalizzati a riaccendere la conflittualità con Renzi e di fatto costringendo gli amici della Bindi a ritirare un emendamento che esplicitamente vietava di votare al secondo turno delle Primarie a chi non lo aveva fatto al primo. Una ritirata che ad un politologo in politica come Arturo Parisi, che ha sempre osservato gli ex Dc con occhio critico, fa dire: «Per quella tradizione siamo alla fine di una stagione e non solo perchè il dopo-Primarie riguarderà comunque altri: il perimetro della coalizione è circoscritto a Pd e Sel; ci si definisce progressisti, esplicitamente ammettendo che i moderati anziché dentro il Pd, sono fuori; la competizione si annuncia polarizzata tra due soggetti non democristiani, perché nessuno definisce Renzi né cattolico né moderato, le sue assemblee sono politicamente trasversali e la sua postura assertiva è lontana da quella dei vecchi notabili Dc». 

 

In Assemblea la resistenza degli ex Dc ex Ppi è stata tenace. L’ex presidente del Senato Franco Marini: «Se al primo turno il distacco tra il primo e il secondo sarà di pochi punti», «la destra che si agita molto» potrebbe votare Renzi. Un escamotage un tempo comunista, quello di affibbiare allo sfidante interno la patente del nemico, lo stesso adottato dalla Bindi: «Il cuore della campagna di Renzi è un attacco permamente al partito, lo slogan della rottamazione è un grande contributo alla demagogia della destra berlusconiana». Dice l’ultimo segretario del Ppi, Pierluigi Castagnetti: «Mentre Bersani ha dimostrato di capire che il mondo sta cambiando, molti miei amici non hanno la lucidità di capire che bisogna passare ad una nuova fase: nelle idee e nelle persone». 

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