La zattera da salvare (da www,europaquotidiano.it)

Il Pd sta resistendo alla tempesta maleodorante che scuote il sistema dei partiti anche grazie alla zattera delle primarie. Non perché i partiti siano tutti uguali, visto che le diverse responsabilità sono evidenti, ma perché al di là degli scandali siamo tutti accomunati da un giudizio disastroso sull’incapacità a cambiare la legge elettorale, le regole e i costi della politica. E nemmeno perché le primarie siano perfette – ho detto una zattera, non un veliero – visto che forse un congresso del Pd sarebbe stato più opportuno.
Ma restano, le nostre primarie, tra le poche pagine di buona politica raccontate dai partiti nelle ultime settimane. 
C’è un confronto aperto tra personalità e idee diverse, la partecipazione è molto elevata. I media ne danno giustamente conto, il Pdl e altri partiti ci guardano con una certa invidia: vorrebbero, ma non possono. I sondaggi registrano questo nostro vantaggio competitivo.
Allora perché di tanto in tanto affiora da qualche parte la tentazione di affondare la zattera delle primarie? Forse perché è nella nostra natura, come il famoso scorpione con la rana su cui sta attraversando il fiume? I cultori della realpolitik spiegano che si tratterebbe di una inevitabile reazione difensiva di una classe dirigente minacciata. Non capendo bene il senso della minaccia, visto che le primarie sono state volute da Bersani che fino a prova contraria ne è il favorito, provo a discutere un argomento più robusto che ho sentito tra chi si mostra perplesso.
Ecco l’argomento: stiamo facendo primarie di una coalizione che non c’è. Confesso che detto dalla (amplissima) maggioranza che guida il partito questo argomento è davvero paradossale. Sono trascorsi tre anni dal congresso Pd. Un congresso di svolta: l’idea originaria di un partito a vocazione maggioritaria, lanciata da Veltroni e interpretata allora da Franceschini, fu sconfitta nettamente. Vinse Bersani. Grazie alle sue capacità, a un implicito richiamo alla tradizione post-pci («un senso a questa storia») e soprattutto grazie a una proposta politica: usciamo dall’ambiguità e dalle illusioni dell’autosufficienza, facciamo più coerentemente la nostra parte di forza di sinistra, solo così troveremo un centro con cui allearci e dare una maggioranza al paese. Vi portiamo in dote una coalizione per governare, promisero i vincitori del congresso.
Ora, in questi tre anni è successo di tutto. Specie sul piano politico, visto che la crisi economica era già ben presente a fine 2009. Prima si è rotto il Pdl, poi è venuta meno la maggioranza di centrodestra alla camera, infine è uscito di scena Berlusconi. Insomma: un centrodestra che appariva trionfante (vi ricordate quel 25 aprile del 2009 a Onna?) si è letteralmente sbriciolato.
Eppure noi del Pd non abbiamo raccolto i frutti sperati. Per la crisi generale della politica, certo. Ma anche perché abbiamo sì dismesso l’impostazione iniziale, riavvicinandoci sul piano culturale e sociale al filone della sinistra post-pci. Ma senza trarne particolari benefici sul piano delle alleanze e della praticabilità di un’alternativa di governo. Si potrebbe dire che nel momento di peggiore crisi del centrodestra negli ultimi venti anni il Pd, abbandonata la propria vocazione maggioritaria, si ritrova dentro una coalizione a vocazione minoritaria. Dell’Unione abbiamo detto, giustamente, tutto il male possibile, ma che dire del quartetto Pd-Sel-Psi-Api? Dal nostro unico alleato di un certo peso, Sel, ci dividono quasi tutte le scelte politiche rilevanti compiute nell’ultimo anno. Quanto a quelli con cui dovremmo candidarci a governare, e con i quali tre anni fa ci fu proposto di dividere il lavoro – a noi la sinistra, all’Udc il centro moderato – ci guardano da lontano. E talvolta un po’ in cagnesco.
Ma l’attuale mancanza di una coalizione credibile è il frutto delle nostre scelte di questi anni, non è certo colpa delle primarie. Anzi, le primarie possono aiutarci a provare a risolvere il problema. Più che inseguire una coalizione Pd-Sel-Udc, improbabile e comunque forse insufficiente, occorre infatti lavorare perché si producano grandi novità sia nel campo del Pd che nell’area centrale. Queste grandi novità non sono del tutto impossibili, e sono perfino obbligate nei tempi turbolenti in cui ci troviamo. Nell’area centrale appare chiara l’intenzione di andare oltre l’apertura delle liste dell’Udc e di costruire qualcosa di nuovo. Operazione difficile ma promettente.
In casa nostra, proprio grazie alle primarie e al dibattito che si è aperto sull’agenda Monti, il destino di un Pd troppo rinchiuso in un’ottica di sinistra di opposizione è stato messo in discussione. È tornata in campo l’opzione di un Pd a vocazione maggioritaria, ossia che si rivolge agli strati più diversi della società e che prova perfino ad attrarre gli elettori delusi da Berlusconi (e soprattutto quelli delusi dal Pd). Un Pd in cui questa opzione risulti vincente, o abbia almeno un decisivo diritto di cittadinanza, sarà poi un alleato ideale per una rinnovata area centrale. E solo in questo modo può nascere una maggioranza politica in grado di sviluppare l’agenda Monti e di scongiurare il rischio che Monti venga richiamato in servizio per certificare l’impotenza dei partiti e riproporre un bis della maggioranza ABC.
Può darsi che queste primarie interne/ esterne siano un modello un poco incerto, ma così le abbiamo volute, votandole all’unanimità. E comunque certissima è la posta in gioco: la nostra proposta di governo, leadership contenuti e alleanze, in un tornante drammatico della storia italiana.
Questa opportunità non dobbiamo disperderla, né possiamo trasformarla in una impossibile corsa ad ostacoli che farebbe crollare la partecipazione. Se qualcuno pensa così facendo di danneggiare Renzi, si sbaglia di grosso. La vittima designata non sarebbe il sindaco di Firenze, sarebbe il Pd. 
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