Un errore l’asse con Sel (da www.europaquotidiano.it)

Rischiamo di compiere un grave errore politico: mentre il Pdl crolla sotto il peso del suo fallimento, e milioni di suoi elettori volgono lo sguardo altrove, alla ricerca di una nuova speranza, il Pd si autoconfina nel recinto della sinistra tradizionale. Questo è, infatti, la coalizione dei progressisti, costituita da noi e Vendola. 
Il quale, significativamente, si candida alle primarie – senza ricevere da noi replica alcuna – per cancellare il “fantasma” dell’agenda del governo Monti, come ha ribadito l’altro ieri mattina esplicitamente ad Agorà. Un governo che noi stiamo lealmente sostenendo da quasi un anno e al quale abbiamo in questi giorni drammatici chiesto di intervenire, addirittura per decreto, per mettere un argine alla degenerazione e al malaffare, che noi non abbiamo saputo sconfiggere. E che contemporaneamente rischiamo di rialimentare, facendo un accordo per reintrodurre le preferenze alle elezioni politiche.
Mentre Hollande compie scelte di governo contro cui Melenchon organizza mobilitazioni di piazza; mentre l’Spd sceglie Steinbrück come proprio candidato alla cancelleria; mentre lo stesso Ed Miliband emancipa se stesso e il Labour dalla maggioranza che gli aveva consentito di battere il fratello David, rendendo pienamente così il New Labour partito di centrosinistra… noi ci acconciamo ad un ridimensionamento delle nostre ambizioni.
Non sono le primarie ad obbligarci a questo. È la scelta politica – contraddittoria rispetto all’asse stesso su cui Bersani aveva vinto il nostro ultimo congresso – di introdurre un ordine di priorità nella strategia delle alleanze: prima viene Sel, con la quale costituiamo i progressisti. Poi, eventualmente, dopo il voto, ci volgeremo ai moderati (a cui Vendola dichiara però di non voler rivolgersi a ogni piè sospinto).
Non ho mai condiviso l’idea della divisione del lavoro tra progressisti e moderati, a mio avviso sostanzialmente contraddittoria con la funzione politica per la quale è nato il Pd. Ma qui siamo molto oltre questo schema, irrimediabilmente compromesso dalla scelta di “preferire” Vendola. Questo posizionamento politico ci rende incapaci di cogliere pienamente i risultati che possono facilmente venire, per un verso dalla semiscomparsa dell’avversario che ci sconfisse nel 2008; per l’altro dalla scelta – coraggiosa e generosa – compiuta da Bersani e dall’intero Pd di lavorare alla salvezza e al rilancio del paese con la formazione del governo Monti.
E non è questione che riguardi solo noi, i nostri ristretti interessi di partito. È in questione l’interesse del paese, nel quale c’è oggi una larga maggioranza di cittadini che apprezza il pur difficile operato di Monti, e potrebbe ben riconoscersi in un Pd che, senza ambiguità, ma anzi con orgoglio e determinazione, sapesse collocare i risultati acquisiti in questo anno in un coerente disegno riformatore, da realizzare nei prossimi dieci anni. Per garantire rappresentanza a questa parte dell’opinione pubblica italiana – in cui sono largamente presenti cittadini che in perfetta buona fede e sincerità di intenti hanno nel 2008 votato per Berlusconi – noi dobbiamo correggere subito l’errore di posizionamento politico di fondo da cui sono partito.
Per questo, qualche mese fa mi ero permesso di richiedere una lieve anticipazione del nostro congresso, sicché potessimo chiamare iscritti prima ed elettori poi a decidere come andare alle elezioni di primavera; non a commentare il loro esito, come faremo nel prossimo ottobre. Non si è voluto scegliere questa strada, che avrebbe reso più forte sia il Pd, sia la sua leadership.
Ora, resta l’occasione delle primarie. Se si vuole impedire che siano un concorso di bellezza, bisognerà che esse svolgano una funzione di supplenza – purtroppo precaria e meno trasparente – rispetto al congresso che non abbiamo fatto. Bisognerà cioè che esse si concentrino sullo sciogliere, in una direzione o nell’altra, il nodo del posizionamento di fondo del Pd nella crisi italiana ed europea, per la sua soluzione. 

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