Renzi: “Io dalla Merkel? La convinco con le mie riforme” (da www.matteorenzi.it)

11ott vicenza13di FABRIZIO FORQUET

“Il Sole 24 Ore” – 12 ottobre 2012

Matteo Renzi ha un problema. Nella corsa per le primarie tutti gli riconoscono capacità di cambiamento, intuito e formidabile sveltezza politica, ma questo basta a candidarsi a governare un grande Paese cruciale per l’Europa com’è l’Italia?

«Noi siamo un gruppo di amministratori di città grandi e piccole» ti risponde con la prontezza di chi si aspetta l’obiezione, «conosciamo i problemi, conosciamo i dossier, conosciamo come si governa». L’intervista al Sole 24 Ore l’ha cercata e l’ha voluta. Ti accoglie in maniche di camicia davanti a una tazza di latte e cornflakes. Ma sa che in questo momento è importante per lui dimostrare di essere “fitto rule”: di essere in grado di governare, di conoscere e saper affrontare anche le questioni più difficili dell’economia, con proposte serie e concrete.

Amministrare un Comune è una cosa, discutere con la Merkel delle condizioni del fondo Esm o del futuro dell’Europa è un’altra…

«Ho visto che Casini ha detto che la Merkel con me si metterebbe a ridere, sarebbe, già un bel risultato. Ma al di là delle battute dico che se l’Italia, con me e senza di me, porta la parte migliore di se stessa ai tavoli europei, con l’autorevolezza delle riforme che faremo, non avrò alcuna timidezza, nessun senso di inadeguatezza. Se noi vinciamo portiamo al governo quelli più bravi. Faremo quella che Luigi Zingales chiama la lotta alla peggiocrazia. La sinistra storica non teme il mio liberismo, teme la mia libertà».

Ma lei si definisce liberista?

«Mi definisco una persona libera, che è una cosa diversa, loro mi definiscono liberista».

Solo ora l’Italia sta riuscendo, anche grazie a Monti, a conquistare credibilità in Europa. Basta un niente…

«Il centro-sinistra non può mettere in discussione il profilo che Monti ha dato all’azione di Governo, questo è il primo messaggio che dobbiamo dare sia agli osservatori stranieri che al mondo esterno al Pd. Mi è capitato di interloquire con politici e stampa internazionale, con i Fondi d’investimento, a tutti balena negli occhi il terrore quandopensano auna sinistra che possarimettere in discussione la linea europeista che Monti ha messo in piedi».

II Pd di Bersani non mette in discussione la linea europea, ma poi sostiene in Parlamento una proposta di revisione della riforma Fornero dal costo di 30 miliardi.

«Un errore grave. La riforma Fornero va mantenuta. La si può migliorare, ma non va indebolita, anche perché contiene un valore di equità tra le generazioni. Piuttosto, per renderla più credibile sarebbe bene che la politica rinunciasse a qualunque vitalizio».

Parole utili a rassicurare mercati e diplomazie internazionali, ma non è che il programma economico di Renzi è identico a quello di Monti, magari in formato smart-phone?

«No, perché Monti ha certamente contribuito a salvare il Paese, ma ha sempre di più rannicchiato l’Italia in una sorta di guscio. Oggi le famiglie e in parte le imprese sono bloccate, paralizzate dalla paura. Un sondaggio dell’Swg dice che dal 2001 al 2011 la percezione di essere ceto medio è passata dal 72% al 35% delle famiglie. Il governo non ha saputo dare una prospettiva di sviluppo. In questo anno abbiamo lavorato più sulle emergenze, sul pronto soccorso che non sulla costruzione di un orizzonte diverso. Il pompiere ha spento il fuoco ma non si è visto l’architetto in grado di ricostruire la casa».

Per farlo servono idee innovative e soprattutto proposte credibili, cioè compatibili con la realtà difficile dei conti pubblici. Proviamo a entrare nel merito. Come si rilancia un sistema produttivo che è in grande sofferenza?

«Dobbiamo capire da qui a 5 anni dove vogliamo essere. Produciamo bellezza, qualità, innovazione, le nostre aziende continuano ad esportare. Ma la politica sa mettere solo bastoni tra le ruote. Io vengo da una famiglia di piccoli imprenditori, mio padre ha un’impresa con 6-7 dipendenti. Negli anni 90 per comprarsi la fabbrichetta fece il mutuo in euro: ho ancora davanti i suoi occhi quando non sapeva come restituire i soldi alle banche. Conosco bene il senso di frustrazione e di rabbia che molti provano in questo momento».

Senza trovare risposte dalla politica. Perché dovrebbero fidarsi di lei?

«Io credo che la sinistra debba smettere di considerare i piccoli imprenditori come potenziali evasori, sono loro che stanno salvando l’Italia. Il piccolo imprenditore si mette in gioco e difende concretamente posti di lavoro, pur avendo un sistema di tassazione che gli porta via la metà dei guadagni. Quel piccolo imprenditore deve avere la nostra simpatia, non la nostra ostilità».

Il tema fiscale è la grande questione del Paese. Qui davvero servono proposte realistiche e non demagogia.

«Io ho abbassato le tasse. La mia credibilità su questo tema nasce anche da qui. Ho abbassato l’addizionale Irpef come avevo abbassato l’Ipt ai tempi della provincia. Sono il sostenitore di una sinistra che non alza le tasse anzi le riduce. In Italia abbassare le tasse è di sinistra, magari in America no, ma da noi, con questo livello di pressione fiscale, lo è certamente».

Come, dove, con quali risorse?

«Intanto nel mio programma – perché io ho un programma su internet, Bersani ha solo l’intervista che ha fatto sul Sole 24 Ore ad agosto – faccio un ragionamento di metodo: le aziende alla fine dell’anno si colleghino con la banca dati delle autorità centrali, si facciano scaricare una proposta e firmino un accordo che è tombale. Dunque no alle pratiche, alle dichiarazioni, ai controlli inutili. Mandiamo gli ispettori a dare la caccia agli evasori veri anziché agli errori formali. Lo Stato ha tutti i dati. La battaglia per l’evasione fiscale non la fai con lo scontrino, la fai con un sistema incrociato di banche dati e con la tecnologia. Applichiamo il sistema americano. Siamo duri con i veri evasori. Ma poi diciamo anche che tutto quello che si recupera dall’evasione fiscale lo si mette nelle buste paga, non lo si usa per aumentare la spesa».

Il Governo ha dato proprio in questi giorni un piccolo segnale con una sforbiciata all’Irpef sugli scaglioni più bassi. Apprezza?

«Temo che pochi se ne accorgeranno, si tratta di un vantaggio – peraltro ipotetico di 10-20 euro al mese. Io propongo di ridurre il cuneo fiscale dando 100 euro in più al mese in busta paga al ceto medio. Mi sembra più serio».

E serio se è un taglio che viene coperto in qualche modo.

«L’intervento vale 20 miliardi di euro. Li si recupera tagliando del 15% la spesa intermediata dall’amministrazione pubblica e intervenendo anche su una parte dei contributi alle imprese secondo il modello Giavazzi. A quel punto tu dai 100 euro in busta paga all’operaio che guadagna 1000 euro e ha due figli. Quel signore non è che 100 euro in più se li gioca, li mette nei consumi, così se ne avvantaggiano anche le imprese e l’economia, e allo Stato torna almeno il 21% sotto forma di Iva».

Cosa pensa della patrimoniale?

«La patrimoniale in Italia c’è già. È il frutto del calo del valore degli immobili e dell’introduzione dell’Imu, che già è molto alta. Noi non chiederemo di pagare di più a chi ha di più, vogliamo far pagare di meno a chi ha dimeno. La sinistra che piace a me non fa la guerra alla ricchezza, fa la guerra alla povertà».

Ma c’è sempre quel piccolo problema delle risorse. In Italia la politica fatica a declinare questo aspetto dei programmi: dove si recuperano le risorse necessarie a policy espansive?

«Sarò molto chiaro: tagli alla spesa. Da amministratore ho toccato con mano quanto in Italia si faccia cattiva spesa pubblica. La spesa centrale in particolare ha visto in questi anni aumentare continuamente la spesa per gli acquisti della Pa. In poco tempo è salita all’8,4% del Pil dal 6% del Pil. Mentre qualunque azienda, in periodi di difficoltà, taglia quel tipo di spese. Anche lo Stato può e deve farlo. In Italia un chilometro di autostrada costa il doppio che in Germania, questo la dice lunga su quanto si può fare per migliorare la spesa e quindi trovare i risparmi necessari a tagliare le tasse. Senza con questo ridurre i servizi ai cittadini. E ci sono anche altre risorse importanti per lo sviluppo che in questo momento l’Italia usa male o non usa affatto».

I fondi europei.

«Già, ci lamentiamo che non ci sono risorse, ma cominciamo a investire in crescita questo vero e proprio tesoro che buttiamo via ogni anno. Basta copiare gli altri paesi. Per esempio i Fondi Jeremie, sono fondi per l’accesso al credito delle Pmi, in tutta Europa funzionano. Da noi no».

I fondi Ue si sprecano anche per colpa della cattiva burocrazia.

«Altro grande problema che da amministratore ho imparato ad affrontare. Se per avere un parere mi ci vuole un anno e mezzo e 28 diverse espressioni di autorità locali, è chiaro che io imprenditore non investirò mai in Italia. Spazi di azione concreta ce ne sono a bizzeffe. Non puoi continuare su un’Italia che è fondata sui capi di Gabinetto, dove fai le cose se conosci il capo di Gabinetto. Per i burocrati romani abbiamo una buona e cattiva notizia: la buona notizia è che avendo vissuto per anni dentro la Pa dalla parte dei comuni sappiamo dove andare a incidere, la cattiva – per loro – è che lo faremo. E questo vale sia per la spesa sia per le procedure amministrative».

Bersani nella sua intervista al Sole ha molto insistito sulla politica industriale, qui non ne abbiamo ancora parlato.

«Quando parliamo di fisco e di fondi europei da spendere bene parliamo appunto di politica industriale. Politica industriale è anche affrontare i grandi nodi strutturali della competitività delle imprese italiane: linee di credito, burocrazia, giustizia civile, fisco e così via. È chiaro che poi occorrono anche i disegni piccoli, non solo i grandi: la misura del 55% degli interventi dell’edilizia è l’unica misura che ha funzionato in questi anni, con i milione e 40o mila interventi. Noi scriviamo sul programma “basta con le grandi opere”, occupiamoci delle piccole manutenzioni, allentiamo il patto di stabilità per gli investimenti intelligenti. Politica industriale è poi anche politica della cultura e del turismo».

Il Sole ci ha fatto un Manifesto…

«Io oggi do una possibilità educativa al cittadino che la sera dopo cena può andare a vedere Palazzo Vecchio. Ho previsto l’apertura della Torre e ho creato 20 posti di lavoro. Il modello è quello francese, dove i musei hanno una struttura degna di questo nome. C’è una parte della sinistra che dice che la frase di Tremonti “con la cultura non si mangia” è una frase sbagliata. Io aggiungo totalmente sbagliata, ma bisognerebbe avere il coraggio di far diventare la cultura produttrice di ricchezza. Non puoi dire che nella cultura lo Stato non può coinvolgere i privati perché così sei in contraddizione».

Siamo partiti dalla riforma delle pensioni, ma c’è un’altra riforma del governo Monti che sta facendo discutere. Quella del lavoro. Che giudizio ne dà?

«La mia ricetta è la flexsecurity. Credo nel contratto unico a garanzie progressive. Questa è la mia proposta».

La discussione sull’articolo 18?

«La trovo fuorviante: ci sono 2.100 articoli nel diritto del lavoro e noi parliamo solo di quello, è l’emblema di una politica che guarda il dito mentre il dito indica la luna».

Cosa ne pensa della concertazione?

«Sono d’accordo a discutere su tutto purché ci si metta subito d’accordo sull’ora in cui si decide. Questo è il Paese che ha rinviato il senso dell’adesso. Basta con questa storia del costante rinvio. Se la concertazione è uno strumento per rafforzare una decisione bene, se è lo strumento per impedire una decisione, no».

Cosa è successo con Marchionne?

«Ha cambiato posizione su Fabbrica Italia: sono rimasto deluso. La sua reazione su Firenze è stata scomposta. Se fossi un azionista della Fiat non sarei contento che offende una città simbolo di bellezza nel mondo, che è poi anche un loro mercato».

Lei sembra molto sicuro di sé, ma i problemi di cui parliamo sono enormi. Benissimo l’esperienza di sindaco di Firenze, ma non teme di fallire?

«Certo che temo di fallire. Ma mi fa più paura la rinuncia, la pigrizia, la paura dimettersi in gioco. L’Italia ha bisogno di cambiare passo, di cambiare impegni e dunque di cambiare idee e facce che ci hanno portato fin qui. Noi possiamo offrire la credibilità di chi si è impegnato sul territorio, in prima fila. E soprattutto una diversa visione della crisi. La crisi non è un fenomeno finito e se mi posso permettere credo che i prossimi mesi non saranno più semplici, ma casomai più difficili. È un momento difficile, ma è proprio in periodi come questi che diamo il meglio di noi come italiani».

Se perderete le primarie?

«Torneremo a casa senza chiedere il premio di consolazione come hanno fatto quasi tutti i vecchi partecipanti delle primarie sconfitte. Ma se vinciamo proveremo davvero a cambiare questo Paese».

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