L’obbligo del veltroelogio (da www.pubblicogiornale.it)

L’obbligo del veltroelogio

Ecco, ci sono giorni in cui ti passa tutta una vita davanti. Soprattutto quando il genio del destino si diverte ad assortire i destini e le notizie per emettere le sue sentenze. Walter annuncia da Fabio Fazio che se ne va. La guerra asimettrica tra il il veltronismo e il dalemismo si chiude con un chiasmo irriducibile: mentre si raccolgono le firme per l’ottava legislatura di D’Alema, Veltroni rinuncia alla sua settima.

Riemergono dal passato le grandi dispute («Prodi e Veltroni? Sono due flaccidi imbroglioni», disse Massimo quando voleva archiviare l’Ulivo). Ma anche i punti critici della carriera solista di Walter: «Sarò sindaco di Roma, oppure andrò in Africa». I tanti errori, le tante cose belle fatte, quella geniale capacità di reinventare Roma, tra notti bianche, case della cultura e del cinema, iniziative per riaccendere le periferie.

Su tutte queste imprese si staglia un sogno inseguito per una vita, quel Partito Democratico, che a Veltroni si sgretola tra le mani nel 2009, dopo la sconfitta in Sardegna e l’errore della «vocazione maggioritaria». Nel tempo degli schieramenti per bande, molti si sono gridati dalemiani o veltroniani (alcuni persino entrambe le cose) e poi hanno rinnegato i loro dèi per aprire piccole botteghe, mentre i due caposcuola erano (e restano) meglio degli esegeti e degli apostati.

Resta il fatto che quelle due possibili risposte alla crisi della sinistra, il blairismo dalemiano e il kennedysmo veltroniano, le abbiamo provate, hanno animato molte speranze, ma non hanno prodotto futuro. Con un paradosso: Veltroni e D’Alema Si sono combattuti sul terreno dell’innovazione, ma alla fine sono rimasti entrambi legati ai limiti del partito novecentesco: inchiodati alla difficoltà di vivere i dissensi laicamente, all’idea che ci si accoltellava ma poi ci si metteva sempre d’accordo, al rito unanimistico come facciata per mascherare lotte viscerali.

Di Veltroni, però, bisogna dire due cose. La prima: nel momento in cui rinuncia al Parlamento non fa un passo indietro,ma uno avanti. Dimostrerà che si può fare politica anche senza indennità.
La seconda: l’annuncio di ieri illumina retrospettivamente tutta una carriera. Rimpiangeremo la fantasia, l’eclettismo, l’onestà cristallina. È un veltroelogio, ma va fatto. Perché le dimissioni cancellano le rottamazioni: anzi, sono l’esatto contrario.

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