Solo se vincerà di poco il segretario potrà ricompattare i capicorrente (da www.lastampa.it)

MARCELLO SORGI

Il duro botta e risposta tra Bersani e D’Alema, a proposito della sua contestata candidatura, fa definitivamente della rottamazione il tema principale delle prossime primarie. Con Renzi gongolante, di fronte al Pd prigioniero della sua parola d’ordine, e sfottente con il segretario: «Gli stiamo dando una mano». E con il Partito democratico alle soglie di una crisi di nervi.  

 

A D’Alema, che lo chiamava in causa dicendo che è pronto a ricandidarsi se il partito glielo chiede, Bersani ha risposto a distanza, dallo studio di «Repubblica tv», che non glielo chiederà. Ed anche se formalmente, come ha spiegato, non tocca al segretario proporre le candidature, ma alla direzione approvarle, D’Alema ha capito benissimo che Bersani ha ormai preso le distanze e di non poter sperare in aiuti da parte sua. Se davvero vorrà tornare in lista, dunque, dovrà domandare e ottenere la deroga alla regola del tetto dei tre mandati parlamentari, ed accettare che la direzione voti su di lui. 

 

Ma dietro l’ex-presidente del Consiglio, che ha raccolto la sfida, rumoreggia un bel pezzo di gruppo dirigente, consapevole di trovarsi in condizione di essere rottamato. Criticato dalla «Velina rossa», l’atteggiamento «pilatesco» di Bersani, che si rifiuta di entrare nel merito del problema, ieri è stato al centro di molti capannelli di deputati e di una riunione dei gruppi parlamentari. 

Se la questione dovesse veramente essere affrontata secondo le vecchie regole interne, il segretario, che non si è certo espresso a favore del ritorno di D’Alema in Parlamento, dovrebbe prendere atto che s’è aperta una crepa nella sua maggioranza interna, di cui appunto l’ex-premier è un pilastro. Ma nel partito, ormai in corsa verso le primarie, tutte le regole sono saltate e le uniche cose che conteranno saranno le percentuali che usciranno dai gazebo del primo turno, il 25 novembre. 

 

Come si vede già da ora, sarà un referendum sulla rottamazione. Se Bersani vince, ma senza superare la soglia del 50 per cento, sarà portato a spingere ancora sul rinnovamento, per conquistare più voti al secondo turno. Se invece sarà Renzi ad arrivare primo, il precario equilibrio interno del Pd non reggerà. 

 

A quel punto, tutto diventerebbe possibile: dalle dimissioni del segretario a una scissione tra le diverse anime del partito. Solo se prevarrà, sì, ma con Renzi attaccato a un’incollatura, Bersani potrebbe essere spinto a cercare un nuovo compromesso con i capicorrente. 

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