Treviso, prove di primarie aperte (da www.europaquotidiano.it)

La prima notizia è che a Treviso, provincia leghista, si sono svolte le primarie per il candidato sindaco del centrosinistra, e le ha vinte un candidato del Pd. La seconda notizia è che sono andati a votare 3.552 elettori, cifra mai raggiunta prima nelle primarie per Bersani, Veltroni, Prodi, che pur ci erano parse così partecipate. Un successo al di là delle più rosee previsioni, nonostante il silenzio o la sottovalutazione tenuti per buona parte del tempo dalla stampa locale.
Sono elezioni amministrative e Treviso è un luogo che raramente fa notizia. Tuttavia – poiché in contemporanea abbiamo vissuto il dibattito sulle primarie del Pd per la scelta del candidato premier – l’accostamento tra i due eventi, con le dovute proporzioni, viene naturale. In entrambi i casi si tratta di scegliere un candidato per una carica pubblica, un sindaco qui, un presidente del consiglio dei ministri in sede nazionale. Poiché si tratta di cariche pubbliche elettive le primarie hanno un senso e vanno difese, specie in un periodo in cui vi è una generale debolezza dei partiti e poca affidabilità delle loro procedure interne di selezione.
Basti pensare alla distanza esistente tra chi milita in un partito, un numero sempre ristretto, e chi quel partito vota o è disposto a votarlo o non esclude di votarlo. È anche a loro o specialmente a loro che occorre rivolgersi. Mentre se si tratta di cariche interne di partito le primarie non hanno senso, o ne hanno uno notevolmente diverso: la conferma popolare di decisioni già adottate nel foro interno, per accrescere il prestigio della persona. Alla fin fine, il nocciolo della questione – per le primarie locali e nazionali – è il medesimo. O si agisce in difesa del recinto del partito e dei suoi aderenti, o ci si apre all’esterno. Si badi bene, non si tratta di scegliere le cosiddette primarie di coalizione in luogo di primarie di partito, se la logica rimane la stessa: l’appello al voto rivolto ai propri elettori per i candidati del gruppo di partiti che si coalizzano. Si tratta invece di accettare che l’appello al voto delle primarie sia rivolto ad una platea di persone più ampia del proprio bacino tradizionale di voto, e soprattutto che possano candidarsi anche coloro che non hanno in tasca una tessera (in questo caso del Pd). È quello che a Treviso è avvenuto, grazie a una decisione illuminata del locale circolo, adottata a larghissima maggioranza.
Si è scelta la possibilità di crescere in partecipazione e consenso, anche a rischio di perdere qualche quota di sovranità, come ha detto qualcuno. In realtà, non si tratta di perdere ma di acquistare, persone, gruppi, sensibilità che sarebbero stati automaticamente esclusi. Nessun controllo sugli orientamenti politici dei votanti, che cosa avremmo potuto chiedere, se erano già elettori del centrosinistra? E i pentiti di altri orientamenti politici, li avremmo dovuti cacciare dal seggio? Ai candidati abbiamo chiesto soltanto la condivisione di un manifesto di valori e metodi che non vi è stata difficoltà a sottoscrivere. Abbiamo chiesto essenzialmente di accettare un metodo di lavoro amministrativo: non si sostituisce il partito, quale che sia, all’amministrazione pubblica, non si coltivano clientele, non si adottano comportamenti partigiani, non ci si ripara dietro pre-giudizi. Si ascoltano tutti, si valuta e si decide.
Ci sono stati cinque candidati, due soltanto dei quali iscritti al Pd (un terzo iscritto un mese prima della candidatura, ritenendo fosse necessario per potersi candidare). Tra il vincitore, il coordinatore del locale circolo Pd dimessosi per candidarsi, e il secondo classificato, ci sono soltanto 150 voti di distacco. Se avesse prevalso quest’ultimo, il Pd avrebbe vinto comunque. Questa piccola distanza dimostra che la partita era contendibile, e ancor più lo sarebbe stata se le altre organizzazioni del centrosinistra avessero accettato di usare lo strumento offerto dal Pd per scegliere un candidato sindaco che avesse già in quella sede il più ampio consenso possibile. E non lo avessero ciecamente rifiutato, in nome del sistema delle primarie di coalizione, in cui sarebbero stati in lizza i campioni dei rispettivi partiti.
Il coordinatore del circolo Pd di Treviso, che avrebbe potuto tranquillamente farsi candidare dal suo partito, si è messo in gioco, ha accettato la competizione. Come Bersani, se ci è consentito per un attimo l’accostamento, il quale ha anche detto, lo abbiamo notato, che non userà il logo e le bandiere del Pd. Il numero delle persone che si trovano a proprio agio in un sistema di primarie aperte per scegliere i candidati a cariche pubbliche è elevato e in crescita, come dimostra questa esperienza, sta a noi farlo emergere. 
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