De Giovanni: voto Renzi perché serve una frattura contro i burocrati del clan (da www.lastampa.it)

Jacopo Iacoboni

L’endorsement del filosofo, che nel Partito fu il primo nell’89 a parlare di “detogliattizzazione”

“Sì, di un Renzi c’era bisogno». Così anche Biagio De Giovanni, filosofo, per anni parlamentare europeo, un maestro per due generazioni di riformisti del Partito, romperà una certa distanza dalla politica e per la prima volta voterà alle primarie del centrosinistra. E voterà per il sindaco di Firenze.  

 

E’ una notizia che colpisce per tante ragioni. La più immediata è la distanza più che anagrafica tra i due, stiamo parlando di uno degli intellettuali più importanti degli studi marxisti, se la parola può avere ancora un senso nella battaglia politica per come la si combatte adesso. De Giovanni non è mai stato un nuovista, per capirci, però è sempre stato un eterodosso, e i cultori della materia ricordano come fosse ieri un suo articolo decisivo per la storia della sinistra italiana, scritto nel 1989. Sulla prima pagina dell’Unità (diretta da Massimo D’Alema!) il filosofo invitava alla «detogliattizzazione» svolta dal Pci al Pds. Ne nacque un putiferio. Sul Corriere Camillo Arcuri scrisse che Veltroni spiegò di «aver letto solo sul giornale, a cose fatte, l’articolo. Questo per dire che non c’era alcun preordinato disegno di dare il via a una campagna di “detogliattizzazione” da parte del gruppo dirigente di cui egli è parte». Ecco, il gruppo dirigente è sempre quello. E allora De Giovanni torna a rompere gli schemi.  

 

Professore, uno la immagina lontano dal renzismo e lei spiazza tutti con questa dichiarazione di voto. Cos’è successo?  

«E’ successo che Renzi, al di là di quanto io possa o meno condividere le sue idee, ha capito che c’era un bisogno e l’ha interpretato. C’era bisogno di un Renzi, cioè di qualcuno che desse voce a una richiesta assai forte di frattura, direi un’urgenza, rispetto all’attuale, storico gruppo dirigente».  

 

È per questo che le reazioni contro di lui sono state così radicali, talora scomposte?  

«Proprio per quello che dicevo si è scatenata questa propaganda fortissima, che ha fatto leva – come sempre – sull’orgoglio di gruppo della parte avversa».  

 

Perché dice che c’era bisogno di un Renzi? È abbastanza chiaro che non si si riferisce a un suo contributo teorico, o di superamento di incrostazioni ideologiche.  

«No, è evidente. Ci voleva qualcuno che mettesse in discussione la continuità burocratica del gruppo dirigente. Vede, a me la parola rottamazione non piace, mi sembra anche per certi versi irrispettosa. Ma in politica non possiamo fingerci delle vergini, le parole, per strani percorsi, diventano simboli e vengono usate, e rottamazione ha avuto la forza di diventare una parola-chiave, che rappresenta questa esigenza assai sentita di una discontinuità nella classe dirigente».  

 

Lei è molto severo con i vecchi dirigenti del partito, che ben conosce. Come mai?  

«La sinistra italiana – non solo il centrodestra – ha fatto fallimento anch’essa. Innanzitutto ha governato per circa otto anni, cosa non trascurabile; ma è stata sempre parte per cinquant’anni del governo di questo Paese. E il Pci ha costruito un sistema che passava di volta in volta il testimone all’interno dello stesso gruppo. Io non sono affatto nuovista, ma uno degli equivoci è che quella stessa classe dirigente che ha fatto fallimento, poi, di volta in volta, ha pensato di poter garantire, essa stessa, il rinnovamento. Di volta in volta è come se avessero detto “bene, cambio idee, me ne rimangio alcune, ma sono sempre io, siamo sempre noi a rinnovare”. Ecco, Renzi certifica che non è più così».  

 

Secondo lei simpatie per Renzi circolano anche tra dirigenti che magari non lo dicono?  

«Proprio in questi giorni parlavo con due alti dirigenti, cresciuti nella scuola più classica del Pci. Mi hanno detto “Gino, se non si crea una frattura quella struttura burocratica resterà per sempre”. Questo gruppo dirigente si è staccato dalla società, ha interpretato qualunque svolta come chiave per la propria continuità. Come diceva Weber, la burocratizzazione dei gruppi dirigenti passa indifferente sulle svolte della storia. Il che pone un altro problema».  

 

E cioè?  

«Che questo gruppo è incapace di pensare in maniera diversa la storia d’Italia. Pensano sempre la stessa storia. Che infatti si ripropone ora con l’alleanza tra Bersani e Vendola. Una cosa antica; soltanto, siamo passati da un gigante come Ingrao a Vendola»  

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