La normalità è una chimera (da www.corriere.it)

Assumiamo che Pier Luigi Bersani non riesca a vincere le primarie del Pd al primo turno. Di fronte a tale eventualità, Bersani dovrebbe cominciare a preoccuparsi un po’ meno dei voti che raccoglierà Matteo Renzi al primo turno e molto di più di quelli che si concentreranno su Nichi Vendola. Perché se Vendola otterrà un buon successo, una percentuale ragguardevole di voti al primo turno, allora sì che saranno guai per il Pd. Al secondo turno, nel ballottaggio fra Bersani e Renzi, i voti di Vendola rifluirebbero su Bersani e, se risultassero decisivi per la sua affermazione, il messaggio che verrebbe inviato urbi et orbi sarebbe inequivocabile: il Pd, dopo tanto peregrinare, è tornato alle origini, è di nuovo un partito di sinistra-sinistra grazie anche alla iniezione di anticapitalismo vendoliano. Il (fragile) equilibrio che Bersani ha fin qui tentato di mantenere fra le diverse istanze del partito si spezzerebbe.

Il rischio di fare la fine della gloriosa macchina da guerra di occhettiana memoria diventerebbe forte. Anche a dispetto dello stato di marasma in cui versa oggi il centrodestra. D’altra parte, ci sono già segnali in quella direzione, dal crescente distacco dalle politiche del governo Monti (in coincidenza con la radicalizzazione della Cgil) alle battute, infelici ma rivelatrici, sul mondo della finanza. Difficilmente, un Pd così spostato a sinistra potrebbe ottenere i numeri per governare. Se, per ventura, e a dispetto dei santi, li ottenesse, si troverebbe comunque a fare i conti con l’allergia di una parte ampia del Paese che chiede sviluppo e non ideologia, con il giudizio negativo dei mercati, con i sospetti dell’Europa a guida tedesca. Giusto o sbagliato, c’è comunque un prezzo da pagare per fare parte del più ampio sistema europeo.

Il problema del Pd (che, peraltro, grazie alla sfida di Renzi, sembra al momento l’unico partito tradizionale con un po’ di vitalità) rispecchia il più generale problema della democrazia italiana in questo frangente. Una democrazia può benissimo, per fronteggiare situazioni di emergenza, adottare soluzioni eterodosse. Il governo detto tecnico è stato appunto una di queste soluzioni. Ma molto presto si dovrà tornare alla normalità, a governi fondati sulla legittimazione elettorale. Se non che, a pochi mesi dalle elezioni, le forze politiche che avrebbero dovuto preparare il Paese a questo rientro nella normalità non l’hanno fatto. Non sono state ancora capaci di fare una buona legge elettorale tale da favorire condizioni di governabilità. Così come non sono state capaci, nonostante scandali e discredito, di riformare radicalmente i meccanismi di finanziamento della politica. 
Normalmente, nelle fasi di crisi, sono gli elettori a sciogliere, con le loro scelte, i nodi più intricati. Ma possono farlo solo se vengono messi di fronte ad alternative chiare.

Occorre che l’offerta politica sia congegnata in modo da consentirlo. Ciò che spaventa tutti, in Italia e fuori, è che, al momento delle elezioni, l’offerta politica risulti così destrutturata, così slabbrata, da non permettere la formazione di governi stabili. È comprensibile che i politici si preoccupino più del proprio destino che di quello che potremmo chiamare il «disegno più ampio». Ma ci sono anche momenti in cui la stessa sopravvivenza a breve termine del politico dipende dalla sua capacità di guardare lontano. Il problema è che c’è ormai poco tempo per ridare funzionalità, attraverso una chiara ristrutturazione dell’offerta politica, a una democrazia che sappia fare i conti con vincoli esterni sempre più stringenti.

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