10 meriti della campagna elettorale di Matteo Renzi (di Francesco Nicodemo)

Inserito il 24 ottobre 2012 da Francesco Nicodemo

Manca un mese alle primarie e tutto può ancora accadere. Matteo Renzi fin qui è stato davvero bravo a calcare la scena mediatica e politica: il risultato, proprio per questo, è ancora largamente incerto. Perciò è utile segnalare i passi positivi della prima parte della sua campagna elettorale. 10 cose che Renzi ha fatto bene e che potrebbero fargli vincere le primarie.

Leadership forte: il primo risultato della sfida di Matteo Renzi, quando ancora non era definito il campo di gioco, è aver ottenuto che le primarie fossero aperte, ovvero che chiunque potesse candidarsi a guidare il centrosinistra. Lo stesso Bersani ha compreso che era necessaria una legittimazione popolare per affermare una leadership più forte. Questa legittimazione poteva derivare solo dalle primarie. Chiunque uscirà vincitore dalla competizione, sarà accresciuto in carisma e in autorevolezza. In questo mese Matteo Renzi ha dimostrato meglio di chiunque altro la capacità di incarnare una leadership moderna e post-ideologica, in grado di rappresentare gli interessi larghi della società. Renzi parla a tutti proprio perché non deve richiamare alcuna tradizione politica, non deve rassicurare nessuno con il ricorso alla nostalgia.

Comitati elettorali volontari: in un momento difficile per i partiti tradizionali, mentre chiudono sezioni e circoli, e un’onda di indignazione monta sempre di più a causa dei recenti scandali, è stupefacente vedere la nascita di migliaia di comitati per Matteo Renzi lungo tutta la Penisola. Riscoprire la politica come volontariato, quasi a costo zero, anzi rimettendoci anche di tasca propria, è sicuramente la lezione migliore che i supporter di Renzi stanno dando a molti. E in ogni caso la risposta più forte al tema del finanziamento pubblico dei partiti. I 200 comitati di Milano, oppure i 100 di Napoli, dimostrano che nel Paese c’è una grandissima voglia di partecipazione, che ha solo bisogno di trovare stimoli e luoghi giusti. Il tour di Matteo Renzi che ha toccato oltre l’80% delle province italiane ha riempito teatri, sale e palasport tracimanti di persone. Segnale chiarissimo della pervasività territoriale del candidato in ogni landa del Paese. Certo non è la prima volta che un candidato riempe un Palasport, ma nel caso di Matteo Renzi non ci sono bus pagati, non ci sono truppe cammellate, ma solo gente comune che è curiosa di ascoltare e capire.

Coinvolgimento dal basso: non ci sono gerarchie, non ci sono riferimenti regionali o provinciali, nessuna struttura partitica nella gestione dei comitati. In questa campagna elettorale, il rapporto è diretto attraverso il sito, i social network, attraverso una strategia di coinvolgimento chiaramente bottom-up. Questo ha creato affezione e attaccamento dei sostenitori di Renzi che si sentono chiamati in prima persona a lavorare per il candidato. La confidenza con cui ognuno di loro lo chiama semplicemente Matteo, è un’altra dimostrazione. Alla militanza un po’ grigia e fumosa si sta sostituendo il volontario con la spilletta, che sia lo studente di 17anni o la nonnina di 84, che usa il proprio tempo libero, il weekend, per fare i gazebo e raccogliere le firme in piazza a sostegno di Renzi.

Rafforzamento della comunicazione online: le prossime saranno le prime elezioni in cui la Rete avrà un peso specifico. Inevitabilmente le primarie anticipano quello che succederà in primavera. Matteo Renzi ha curato moltissimo la comunicazione online. Basta guardare la cura e l’efficacia del sito: il ricorso ad esempio alle infografiche per raccontare la raccolta dei contributi o per spiegare il programma è sicuramente un’innovazione che sarà utilizzata di nuovo. La viralità del materiale multimediale, video e foto, favorisce l’uso sui social network da parte dei supporter e dei comitati di Renzi. E infine un’attenzione quasi maniacale alla reputazione del candidato da parte dello staff completano il quadro. Insomma per la prima volta su scala nazionale, l’utilizzo della rete non è posticcio, non è casuale, non è qualcosa che si fa perché è figo. Anzi, la comunicazione online è perfettamente coerente con il candidato Renzi.

Puntare sull’elettorato largo non segmentato: non è una questione solo politica, lo è anche anagrafica. Matteo Renzi, come tutti gli under 40, ha conosciuto l’impegno politico negli anni ’90, dopo la caduta del muro e la fine della prima Repubblica. Un impegno sicuramente di parte, ma non ideologico. Per questo quando Renzi parla all’elettorato ha chiaro in testa la necessità di parlare a tutta la società italiana, o meglio ad un parte largamente maggioritaria. Le semplificazioni che lo definiscono blairiano o berlusconiano (due termini sideralmente distanti) non colgono la capacità di Matteo Renzi di lavorare su un elettorato potenziale del 45% come dall’ultimo sondaggio Ipsos. Per la prima volta il PD smette di essere considerato ex e/o post delle due tradizioni, quella comunista e quella democristiana, per essere una storia completamente nuova, proiettata al futuro.

Linguaggio immediato: in molti hanno posto l’accento sulla americanizzazione della comunicazione politica di Matteo Renzi, senza però soffermarsi su uno degli aspetti più importanti. Il linguaggio politico è per definizione una categoria della comunicazione politica, ma come dice Edelman è nel linguaggio che si nasconde il senso della comunicazione. Matteo Renzi ha reso appetibili temi che il PD, e molti altri partiti del centro-sinistra, ad ora non hanno saputo nemmeno mettere in agenda. Mischiando innovazione e modernità, Renzi è riuscito a trovare una chiave linguistica capace di rendersi suggestiva senza mai cadere nell’antipolitica, di accumulare consenso senza cedere al populismo.

Effetto turn-over: sull’opportunità della parola rottamazione si potrebbe discutere a lungo. Indiscutibile invece l’effetto che il ciclone Renzi ha causato sul gruppo dirigente del PD. A scanso di equivoci, il tema non riguardava l’età, né tanto meno la regola dei tre mandati, piuttosto il fallimento di un’intera classe dirigente. L’annunciato ritiro di Veltroni, quello probabile di D’Alema, costringeranno Bindi Fioroni Marini e tutti gli altri a riflettere sull’opportunità di lasciare. Un ricambio così ampio che non era solo auspicabile, ma decisamente inevitabile. Uno tsunami politico che varca le soglie del centrosinistra e che sta investendo complessivamente i partiti tradizionali. Senza nulla levare alle scelte personali, il merito è innanzitutto di Matteo Renzi, che con la sua battaglia sta costringendo la politica italiana a rinnovarsi profondamente.

Dettare l’Agenda politica: fin qui Matteo Renzi è stato la lepre. Da inseguire su temi, linguaggi e metodi. Quando ai suoi principali competitor la prima domanda che viene posta è, cosa dice di Renzi, cosa ne pensa di Renzi, significa che si sta dominando la scena politica e mediatica. Ma non è solo questo. Renzi non parla quasi mai di coalizione. Non perché semplicisticamente abbia in testa qualcos’altro rispetto a Bersani. Piuttosto perché la semplice giustapposizione di simboli e sigle non fanno una coalizione. Renzi è convinto che il PD debba dettare l’Agenda politica, che debba essere coerente e non debba essere contrattata e stressata con chicchessia pur di costruire una coalizione che vinca le elezioni. Semplicemente Matteo Renzi vuole che il PD vinca le elezioni.

Dialogo con mondi distanti dalla sinistra storica: un candidato Premier deve concedersi il “lusso” di dialogare, prima ancora che risultare credibile, con i grandi investitori. Il fatto che il gotha della finanza milanese abbia voluto incontrare Renzi è un segnale chiarissimo di quanto il candidato sia credibile, un interlocutore valido, fit to lead come direbbero a Londra. Contestarlo non ha fatto altro che alimentare quella flessibilità, quella apertura che – paradossalmente – è il suo maggiore punto di forza. Dialogare con la finanza pone però un merito ancora più lungimirante, quello di iniziare a comunicare con alcuni settori della società che il più delle volte, un po’ ideologicamente, i partiti di sinistra hanno trascurato.

10 Nessun endorsement dei capicorrente del PD: fin ad oggi per candidarsi a governare il Paese o guidare il PD chiunque si sia cimentato ha dovuto mettere intorno ad un tavolo i maggiorenti, i grandi elettori, i capicorrente e condividere gli oneri e gli onori della sfida. In linea teorica significa arricchire la proposta di pluralismo, in linea pratica quasi sempre è una spartizione di poltrone, ruoli e funzioni. Matteo Renzi non ha siglato nessun patto di sindacato, nessun capocorrente sosterrà la sua candidatura. Anche questa è una scelta chiara, che se da un lato lo penalizza nel voto organizzato delle correnti, dall’altro lo libera dall’obbligo di contrattare ogni scelta, ogni decisione, ogni dichiarazione. Il paradosso è proprio questo, un apparente motivo di debolezza sta diventando palesemente il tratto maggiore della sua forza. E gli elettori di Renzi e gli Italiani l’hanno percepito benissimo.

Per finire, le primarie sono state condotte fin qui con un certo fair play. Matteo Renzi, allo stesso tempo, sta allargando la base elettorale potenziale del PD, come indicano tutti i sondaggi che danno il partito ormai intorno al 30%. Se la campagna per le primarie continuerà su questa strada, avremo un leader più forte e un partito più in salute. Che poi sono basilari, per vincere le elezioni e governare il Paese.

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