Per Renzi è una questione di privacy, sugli albi parte il ricorso all’authority (da www.europaquotidiano.it)

Si infiamma il clima delle primarie. Domani la consegna delle firme: i cinque candidati sono ottimisti

immagine documentoIl gioco si fa duro. Matteo Renzi prova a forzare sulle regole delle primarie e, dopo aver detto chiaramente che la fiducia che aveva riservato a Bersani è venuta a mancare, presenta un ricorso al garante per la privacy. Su queste carte, a dire il vero, il comitato del sindaco di Firenze era al lavoro già da tempo, almeno da quando avevano intuito l’atteggiamento di chiusura dei vertici dem su aspetti ritenuti fondamentali come la pre-registrazione e la pubblicazione dei firmatari dell’appello pubblico per il centrosinistra, che coinciderà nei fatti con l’albo degli elettori delle primarie. Adesso sarà l’autorità garante, presieduta peraltro dall’ex capogruppo dem Antonello Soro, a dover dire la sua su alcuni aspetti delle regole. E lo farà – garantiscono dagli uffici dell’authority – con la «massima sollecitudine, anche perché le primarie incombono ». L’esito potrebbe arrivare entro una decina di giorni, dopo l’esame istruttorio degli uffici preposti e il successivo pronunciamento del collegio dei garanti.
L’obiettivo dei renziani è quello di cancellare le norme che – a loro giudizio – limitano la partecipazione degli elettori ai gazebo: impedire, quindi, la pubblicazione sotto qualsiasi forma dei nomi dei sottoscrittori dell’appello (per «l’eventuale riscontro della regolarità delle fasi di votazione » basterebbe «un archivio degli elettori» consultabile dai soli organizzatori) e rendere più semplice il meccanismo di registrazione, consentendola anche online. Per fare questo, il ricorso firmato da Marco Carrai, presidente del comitato Renzi, fa appello all’articolo 2 della legge sulla privacy e alla stessa Costituzione.
Come spiega Roberto Reggi, «con queste regole il Pd tutela i dati sensibili dei cittadini quando si iscrivono al partito (l’elenco dei tesserati non può essere pubblicato, ndr) ma non quando votano». La reazione del comitato Bersani non si fa attendere: «Perché nascondersi? – chiede Roberto Speranza – Perché si è contro la trasparenza? Di cosa si ha paura? Chiedere di firmare l’appello pubblico per il centrosinistra significa chiedere a chi si assume la responsabilità di decidere il prossimo candidato presidente del consiglia, di prendersi a sua volta la responsabilità di far parte di una comunità che si impegna per il successo del centrosinistra alle elezioni politiche». Insomma, nessun passo indietro. Anche perché, ricorda Bersani, «sono regole che abbiamo deliberato all’unanimità, adesso ci sono i garanti che devono farle rispettare». I garanti presieduti da Luigi Berlinguer, non quelli di Soro. «Siamo pronti a ritirare il ricorso come gesto di buona volontà», ribatte Reggi, a condizione che Bersani e Reggi «pubblichino online gli iscritti ai loro partiti e li rendano disponibili a tutti i candidati» e rendano note anche «tutte le fatture pagate dai rispettivi partiti con il finanziamento pubblico».
Oltre alle «primarie di carta bollata», come le definisce Marco Follini, va avanti anche la competizione sul territorio. Domani, i candidati dovranno presentare le firme necessarie a formalizzare la loro partecipazione alla competizione: almeno 20mila, di cui non più di 2mila in ogni regione (è questo il caveat più complicato da rispettare). Non dovrebbero esserci sorprese: non certo per Bersani, Renzi e Vendola, ma sono ottimisti anche i comitati di Puppato e Tabacci. Il clima tra quest’ultimo e il Pd sembra essersi rasserenato, dopo gli attriti sul testo giudicato troppo sbilanciato a sinistra della Carta d’intenti. La sua candidatura, quindi, rimane pienamente in campo, con l’intenzione di distinguersi nel corso della campagna sui contenuti.
Per il comitato di Renzi, la raccolta delle firme era anche un test per valutare la presenza sul territorio. La risposta è stata giudicata positivamente, tanto che si conta di poter arrivare vicini a quota 40mila sottoscrizioni (almeno quelle che giungeranno a Roma in tempo per essere presentate). A rispondere all’appello del sindaco fiorentino sono state soprattutto le regioni settentrionali, ma non c’è stato al sud quel freno che pure si temeva. Soprattutto, se si tiene conto che negli ultimi giorni il tour di Renzi ha toccato principalmente le regioni al nord del Po ed «è normale che i banchetti piazzati in occasione delle iniziative in cui c’è lui raccolgono di più», spiegano.
I prossimi test per il sindaco sono quelli a Firenze (venerdì) e a Milano (lunedì prossimo). Nella sua città, Renzi punta al sold out: almeno 5mila persone per riempire il Mandela Forum, attorno a una pedana circolare sulla quale si muoverà il candidato, per interloquire con tutto il pubblico. Un format, quindi, che inizia a cambiare rispetto a quello adottato finora, come si era visto anche a Torino domenica scorsa. Lo stesso discorso vale per Milano, dove Renzi torna dopo il discusso incontro con gli operatori finanziari.
«Se devo pensare a una città che più di altre può accogliere bene il senso di innovazione rappresentato da Renzi – ha spiegato Ivan Scalfarotto, vicepresidente dem e sostenitore del sindaco – è Milano.
Qui c’è più che altrove una società civile capace di guardare avanti e di essere laboratorio politico per tutto il paese. 
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