Come si sorpassa Bersani (da www.matteorenzi.it)

di CLAUDIO CERASA su Il Foglio

ilfoglioIl viaggio di Renzi, i segreti della fase due, il senso della nuova rottamazione. Cronaca e parole di un giorno in camper con il sindaco di Firenze

Ecco. E ora? Che succede? Come funziona? Come si procede? E su cosa si punta? E come ci si muove? E cosa si dice? E come si insegue? E come si rimonta? E i contenuti? Che dite? Meglio la comunicazione o meglio le idee? Meglio i ricorsi o meglio i sorrisi? Meglio essere aggressivi o meglio andare per la propria strada? Meglio attaccare a testa bassa o meglio correre per i fatti propri? E soprattutto: meglio continuare con la storia della rottamazione o meglio non nominarli più i vari Massimo D’Alema, i vari Walter Veltroni, i vari Franco Marini, le varie Anna Finocchiaro, le varie Rosy Bindi e parlare davvero di altro? Insomma, in altre parole: e adesso, che si fa? Vercelli, lunedì ventidue ottobre. Matteo Renzi arriva poco dopo l’ora di pranzo di fronte ai portici del Bar Italia, a pochi passi dall’antico foro romano della vicina piazza Cavour. Il sindaco di Firenze scende rapidamente le scalette del camper, stringe al volo un paio di mani, sorride di fronte ad alcuni flash, risponde a qualche domanda, saluta la folla alzando il pollice della mano destra, poi si infila sotto le arcate che circondano il bar più famoso della città, impugna il microfono, si scusa per il ritardo, ringrazia i presenti, saluta i comitati, omaggia i vercellesi e quindi, per una buona mezz’ora, inizia a parlare. Sono le 15.30, Renzi arriva da una lunga giornata in giro per il nord Italia: in mattinata è stato a Torino alla sede della Stampa (ore 9.00, videoforum), poi in Val d’Aosta (ore 11.30, Arnad), quindi di nuovo in Piemonte (Biella, ore 13.30); e dopo Vercelli ha un programma ancora fitto con arrivo ad Asti alle 18.00 (teatro Alfieri), con tappa a Genova alle 21.30 (teatro Stabile), con rientro previsto a Firenze, sempre in camper, intorno alle 4 di notte, e con sveglia presto la mattina successiva per andare prima a fare visita a una scuola elementare della sua città (ore 10.30) e poi per partire in aereo (alle 15) e continuare il suo tour in Sardegna.

A Vercelli, dove Renzi fa uno dei suoi rari discorsi all’aperto e non in teatro, il sindaco di Firenze arriva dopo quarantuno giorni in camper (e 90 mila euro raccolti con la sola raccolta di soldi on line) e arriva soprattutto in una fase delicata della sua campagna elettorale. Renzi sa che la fase della rottamazione si è in parte esaurita grazie alle auto rottamazioni annunciate da Massimo D’Alema e da Walter Veltroni e da molti altri, e da qualche giorno a questa parte il Rottamatore ha chiesto una mano al suo piccolo entourage (oltre ai volti più noti che fanno parte del cerchio più ristretto del sindaco, Luigi De Siervo, Marco Carrai, Giorgio Gori, Giuliano da Empoli, tra i politici maggiormente ascoltati in questi giorni da Renzi ci sono Pietro Ichino e Paolo Gentiloni) per studiare rapidamente la strategia giusta per continuare la rincorsa e arrivare al 25 novembre, data delle primarie, con le gambe buone per mettersi in scia e magari azzardare davvero il sorpasso. Già, ma come? Lo abbiamo chiesto direttamente a Matteo Renzi: abbiamo passato una giornata con lui, lo abbiamo accompagnato per tutto il suo tour tra Piemonte e Liguria e in tutte queste ore abbiamo cercato di capire qualcosa di più sulla famosa fase due della sua campagna. Renzi, in realtà, non ha ancora una strategia precisa: ha alcune idee sì, alcuni stimoli, alcuni imput, alcune tracce, alcuni assi nella manica, una sorpresa per il prossimo 15 novembre e un paio di dubbi che proverà a risolvere prima della fine del suo giro in camper (31 ottobre), prima della prossima Leopolda (1517 novembre) e soprattutto prima che i sondaggi continuino a essere così simili a quelli ricevuti tre giorni fa, pochi minuti prima di infilarsi sotto i portici del Bar Italia. I sondaggi, già.

Ogni lunedì pomeriggio Renzi riceve sulla casella di posta elettronica una serie di rilevazioni commissiona- te al sondaggista Fabrizio Masia e ogni lunedì il sindaco cerca di capire insieme con la sua squadra le ragioni di quei numeri. I numeri fino a qualche settimana fa indicavano una lenta e costante progressione di Renzi in tutte e due le categorie di elettori interpellati dal sondaggista (sia la categoria che comprende gli elettori sicuri, sia la categoria che comprende gli elettori sicuri e quelli ancora incerti ma probabili) ma questa volta, per la prima volta dallo scorso 13 settembre, giorno della discesa in campo del sindaco a Verona, i sondaggi fotografano non più una scalata bensì una caduta del Rottamatore – che oggi sarebbe a meno otto punti da Bersani tra gli elettori certi e solo a più uno dal segretario sommando anche gli elettori ancora in dubbio, il tutto dopo essere stato a “più tre “una settimana dopo Verona (37 a 34) e dopo essere arrivato addirittura a “più sei “lo scorso 28 settembre (38 a 32). Ecco, appunto. E adesso che si fa? Renzi sostiene che il calo nei sondaggi sia legato a due ragioni di fondo. Da un lato l’attacco ricevuto dalla coppia Vendola-Bersani sulla storia delle Cayman e dall’altro la complicazione della partita relativa alle regole per le primarie (che avrebbe di fatto disincentivato gli elettori incerti a prendere in considerazione l’idea di andare a votare ai gazebo, ma su questo punto il sindaco di Firenze è molto ottimista rispetto al verdetto dei garanti del Pd ai quali ha ricorso due giorni fa per fare chiarezza sulle regole di ingaggio).

Inoltre, Renzi è convinto che il calo sia destinato ad aggravarsi nei prossimi giorni grazie alla “fiche d’autorevolezza “che Bersani si sta giocando in questa settimana attraverso gli incontri programmati con alcuni tra i massimi leader europei (martedì scorso con Sigmar Gabriel, segretario dell’Spd; domani con Francois Hollande, presidente francese). E per questo il sindaco non fa che ripetere ai suoi collaboratori di non preoccuparsi, che il calo è normale, che ci sta, e che bisogna tenere botta, non farsi intimorire e semplicemente prepararsi a reagire puntando forte, tra le altre cose, sulle due tappe più importanti di questa fase finale del suo tour in camper (Firenze, giovedì, Palazzetto dello sport, 7 mila persone previste; e Milano, lunedì, teatro dal Verme, 2 mila persone previste). E poi? “E’ una fase delicata-dice Renzi rientrando rapidamente in camper da piazza Cavour a Vercelli mentre con una mano afferra e sbuccia una banana e con l’altra dà una rapida scrollata alle agenzie sull’iPhone rischiando, tra una buca e un’altra e tra una curva e un’altra, di rovinare addosso a un gigantesco poster appeso all’ingresso, con le foto di don Camillo e Peppone-lo so, ci giochiamo molto nelle prossime ore ma non sono preoccupato. Gli ultimi dieci giorni della campagna elettorale, che saranno poi quelli decisivi, li abbiamo già preparati e prima e dopo la Leopolda abbiamo un paio di sorprese che ci giocheremo, e sono convinto che faremo il botto.

Nei prossimi giorni invece la mia idea è semplice ed è quella di continuare a raccontare a chi mi ascolterà una fase nuova della rottamazione. Una fase cioè che non riguarda più soltanto il ricambio della vecchia classe dirigente ma che riguarda l’affermazione di un principio che io considero centrale: rottamare la vecchia sinistra conservatrice e per certi versi integralista e talebana che in tutti questi anni ha contribuito a far male al nostro paese e a convincere un intero schieramento politico che l’unica scelta possibile per la nostra parte politica è quella di inseguire una vocazione non maggioritaria ma eternamente minoritaria”. Renzi fa una pausa, risponde al telefono, afferra una manciata di Pringles, sgranocchia un paio di tarallucci, si toglie la camicia, si infila una slabbrata maglietta grigia del circolo canottieri Firenze, poi risponde via sms a Piero Fassino (che lo aveva chiamato otto volte), ringrazia al telefono Oscar Farinetti (che domenica gli ha organizzato a Torino un maxi evento al PalaOlimpico, 5 mila persone), chiede cortesemente alle ragazze del suo staff di non raccontare a Farinetti quello che mangia di pomeriggio in camper, domanda quanti chilometri mancano ad Asti, passa un foglio di carta ai due sindaci che lo hanno accompagnato lungo il tour in Piemonte e in Liguria (Federico Berruti, sindaco di Savona, e Andrea Ballaré, sindaco di Novara) e infine chiede a entrambi di dargli qualche consiglio su alcuni temi da affrontare nelle due tappe successive. Prima di Asti ci sono ancora circa 50 chilometri da percorrere e il sindaco di Firenze ha ancora qualche minuto per noi. Dicevamo: e adesso che si fa? “Io-dice Renzi mentre si fa passare una confezione di biscotti Tuc dall’operatore che lo segue con la telecamera ogni giorno da quando è cominciato il tour, non sopporto chi mi accusa di voler spaccare il partito. Io al Pd voglio bene davvero, e ripeto sempre, cosa che invece non sento fare a molti miei avversari, che se questa mia avventura non dovesse trasformarsi in una vittoria sono pronto a dare una mano senza chiedere premi di consolazione. Vedete: io non faccio la guerra a nessuno, faccio una battaglia di idee e intendo andare avanti in questo modo: e poi sinceramente in questa fase mi sembra che sia qualcun altro che minaccia di spaccare il partito, non certo io.

Detto questo, appunto, che fare ora? Io credo ci siano alcune cose importanti da fare e ci sono alcune cose sulle quali mi piacerebbe caratterizzarmi ancora di più. In tanti mi suggeriscono di cominciare ad attaccare il mio segretario per raccogliere qualche voticino in più ma questa è una tattica che non sento mia, e la verità è che la mia idea oggi è quella di continuare a fare quello che ho fatto finora. In ciclismo la chiamerei una specie di cronometro individuale, nella pratica direi che ho intenzione di continuare a gareggiare così contro tutti e senza badare troppo alle performance degli altri sfidanti. Ci sono io, c’è il mio viaggio, ci sono le mie idee e quello che fanno e dicono gli altri mi interessa fino a un certo punto. Ecco: questa è la premessa, poi per? viene tutto il resto”. E tutto il resto per Renzi significa due cose in particolare. “Primo-aggiunge il sindaco mentre continua a spulciare alcuni sondaggi-sulla rottamazione bisogna andare avanti nel senso che bisogna far capire che il ricambio è appena cominciato e che non bastano gli addii dei Veltroni e dei D’Alema a scardinare una classe politica imbullonata. Secondo: sul ricambio generazionale, mi piacerebbe che venisse alla luce la ragione per cui io considero questa classe dirigente-del centrosinistra e non solo-il simbolo del fallimento di una generazione di politici. Un fallimento che nasce a mio avviso per due ragioni. La prima è che se la Seconda Repubblica è finita così è perché c’è stata una certa sinistra che in tutti questi anni non ha saputo combattere con le giuste armi Silvio Berlusconi: e se l’Italia che vediamo oggi si ritrova in queste condizioni la colpa va divisa in parti uguali tra chi ha governato e chi non è riuscito a creare le alternative al cattivo governo. La seconda ragione riguarda invece un fallimento elementare. La generazione di cui fa parte l’attuale classe dirigente del Pd è infatti la generazione che ci ha portato ad avere il debito pubblico che ci ritroviamo oggi. E in questo senso, per me, la parola ‘debito’ va intesa come la intendono i tedeschi, come un’unica parola-schuld-che significa contemporaneamente debito e colpa. Ecco. Per me è una colpa di tutta la classe dirigente di centrodestra e di centrosinistra quella di aver costretto il paese a spendere ogni anno per gli interessi del debito pubblico più soldi di quanti se ne spendono per la scuola e per il welfare, e insomma più di quanti se ne spendono per dare un futuro ai nostri figli e ai nostri nonni. Per questo noi ci presentiamo alle primarie senza dover portare alcuna giustificazione e senza aver bisogno di spiegare, come invece devono fare i miei avversari, perché il paese che qualcuno da vent’anni promette di rimettere a posto è da vent’anni che non viene mai rimesso a posto. E non ditemi che la colpa è solo di Berlusconi, suvvia, perché se non ricordo male negli ultimi vent’anni al potere in Italia c’è stato anche qualcun altro. O mi sbaglio?”.

Sono le 17.30, siamo alle porte di Asti e il camper si ferma qualche istante per far salire a bordo una pimpante consigliera regionale del Pd (Angela Motta) che con Berruti e Ballaré accompagnerà Renzi al teatro Alfieri. I tre-insieme con alcune delle molte ragazze della squadra di Renzi che in questi giorni hanno accompagnato il sindaco su e giù per l’Italia (Simona Bonafè, 39 anni, responsabile dell’organizzazione del tour; Maria Elena Boschi, 31 anni, responsabile coordinamento dei circoli; Silvia Pasquini, 39 anni, addetto stampa), fanno un piccolo briefing per inquadrare i temi da affrontare ad Asti. Dieci minuti, il tempo di arrivare di fronte al teatro, scendere dal camper, passare in mezzo a un fiume di curiosi (e forse di elettori) e accompagnare il sindaco sul palco del teatro più importante della città. Teatro pieno, come piena era Vercelli e come piena sarà più tardi Genova: molte persone in piedi, nessun posto libero, circa trecento signori ad ascoltar fuori dall’ingresso e forze dell’ordine mobilitate per evitare un eccessivo affollamento sui palchetti del teatro. La formula di Renzi, quella dei suoi comizi, è piuttosto collaudata e segue un format che si differenzia da città a città solo per alcune piccole sfumature. Il succo, le battute e i video sono quasi sempre gli stessi (Crozza che imita Renzi, lo scontrino fiscale di “Cetto La Qualunque”, la scena del pallone da basket di Will Smith nel film “La ricerca della felicità”, il Massimo Troisi del “Ricordati che devi morire”, il discorso di Obama su Christina, la bambina nata l’ 11 settembre 2001 e morta nella sparatoria di Tucson del 2011) ma la formula piace e ha successo. Il comizio dura tra l’ora e l’ora e mezza, il pubblico cambia a seconda degli orari (molti giovani la mattina e la sera, più anziani nel primo pomeriggio, più cinquantenni intorno all’ora dell’aperitivo) ma i passaggi che eccitano di più le platee e che generano più applausi sono sempre gli stessi. Dieci in particolare. Primo: “In tutti questi anni i nostri partiti di sinistra hanno cambiato ogni tipo di simbolo e deforestato mezza Italia-quercia, ulivo, margherita-ma i nomi di chi guida i partiti sono sempre quelli: sempre gli stessi”. Secondo: “I politici non possono intervenire sulle pensioni mantenendo i loro vitalizi”. Terzo: “Dobbiamo dire stop al finanziamento pubblico ai partiti. E non ci dite che questa è anti politica, perché l’anti politica è quella di chi vede i risultati di un referendum e li ignora dando ai cittadini il sentimento di impotenza”. Quarto: “Dobbiamo rendere il fisco più semplice e più chiaro. E tutto ci? che verrà raccolto dall’evasione noi promettiamo che lo utilizzeremo per la riduzione del carico fiscale”. Quinto: “Ma con quale coraggio una certa sinistra pu? dire di essere il partito del lavoro? Con quale coraggio si pu? dire di aver difeso il lavoro in questi anni se meno di una donna su due oggi ha un posto di lavoro e se le donne devono ancora scegliere tra la loro professione e la loro maternità?”. Sesto: “Finché verrà premiato nel mondo del lavoro il sistema del dover conoscere qualcuno e non del dover conoscere qualcosa non andremo da nessuna parte”. Settimo: “Mandare Curiosity su Marte è costato alla Nasa meno soldi di quanto è costato all’Anas costruire la Salerno Reggio Calabria”. Ottavo: “Svelo un segreto ai miei amici del Pd: se non portiamo con noi i delusi del centrodestra guardate che le elezioni le perdiamo di nuovo”. Nono: “Questo paese lo hanno fatto le maestre delle scuole elementari”. Decimo: “Ricordiamoci sempre di essere l’Italia e di essere portatori sani di bellezza e non portatori di calamità”. Sono le 20.30, Renzi conclude il suo comizio ad Asti (c’erano anche qui molte bandiere del Pd), esce dal teatro, incrocia alcuni amici, stringe alcune mani (anche quella di un vecchio partigiano di Asti che dice a Renzi: “Matteo ti chiedo una sola cosa: fai quello che abbiamo fatto noi, cambia l’Italia! “), abbraccia alcuni ragazzi (“Matteo! Fino a ieri ero del Pdl! Grazie! Grazie! Grazie di essere qui! “), firma alcuni autografi, scrive alcune dediche, ringrazia Giorgio Faletti (che è di Asti, che era a teatro e che voterà per Renzi) poi sguscia via lungo un vicolo che separa il teatro dal camper, sale le scalette, si toglie la camicia, addenta una barretta di cioccolato fondente racchiusa in un involucro con su scritto “Da rottamazione a riscatto. Orgoglio made in Italy. Per Renzi con Cuore (di cacao)”, poggia la testa sul tavolo, si appisola per un paio di minuti, poi si risveglia, chiede alle ragazze (ponendo una domanda quasi senza punto interrogativo) “sono andato bene no”, quindi si rivolge al cronista e chiede dove eravamo rimasti.

Renzi per tutto il giorno ha sempre evitato nei suoi comizi, nelle chiacchiere e nelle interviste di nominare i nomi dei rottamandi ed è sempre stato attento a scandire ogni parola con l’idea di spiegare ai suoi interlocutori che adesso il suo obiettivo è rottamare non più alcuni politici bensì un preciso modo di fare politica. Ha fatto così per tutto il giorno ma a fine giornata il sindaco si convince e prova a spiegare qualcosa di più su ci? che lo differenzia dal vero politico che Renzi, per forza di cose, cerca di rottamare: Pier Luigi Bersani. “Io – dice Renzi a dorso nudo con piccole tracce di dentifricio schizzate qua e là sulla faccia e sul resto del corpo – voglio che le primarie siano una grande festa con molte persone e milioni di elettori, e se queste regole ostacoleranno questo processo sarà una sconfitta non per Renzi ma per tutto il partito. E non è che parlo di regole perché sono capriccioso: lo faccio per fare un favore al Pd, a tutto il centrosinistra, e non si capisce perché il mio partito non debba stare dalla parte di chi sogna di avere più elettori possibili alle primarie. Detto questo dice Renzi sedendosi sul divanetto di fronte a un tavolino di legno e osservando rassegnato le patatine e i biscotti muoversi ormai disordinatamente lungo il pavimento del camper confondendosi con i carica batterie, le scarpe, i calzini, le penne, gli appunti e briciole varie che fluttuano qua e là sotto i tavolini-la verità è che io mi sento alternativo a Bersani perché credo di avere tre qualità che il mio segretario non ha. Qualcosa che va oltre i programmi e oltre i contenuti e qualcosa che mi piace sintetizzare con tre parole: entusiasmo, realtà, libertà”. Renzi, mentre inizia ripetutamente a stropicciarsi gli occhi e a distendere le gambe sulla poltroncina di fianco alla sua, si spiega meglio e spiega le tre parole. “Entusiasmo perché credo che pochi politici siano in grado di generare le stesse emozioni che ho creato io in questi giorni in giro per l’Italia. Realtà perché io faccio il sindaco, vivo in mezzo alla gente, governo una città, so quali sono i problemi del paese e ho anche dimostrato di saper trovare delle soluzioni concrete per combattere la crisi e dare una speranza ai cittadini. Infine, la libertà. Libertà nel senso che io a differenza di Bersani non devo rispondere a nessun equilibrio e a nessuna corrente: ci sono io, ci sono le mie idee, ci sono i miei ragazzi, c’è la mia squadra e non c’è nessuna oligarchia a cui io debba dare conto per spiegare perché faccio una cosa invece che un’altra. Non mi pare poco, no?”. Renzi si blocca un attimo, si alza, si cambia i pantaloni, tira fuori dall’armadietto di fronte al bagno una camicia bianca, addenta un’altra manciata di patatine- “oddio se mi vede Farinetti! “-e poco prima di andare a dormire, e prepararsi per Genova (tutto esaurito anche lì, 2.000 persone, 300 persone rimaste fuori), si lascia andare e azzarda un pronostico. “La campagna è ancora lunga-dice Renzi-e io sono convinto di vincere, anche se vedo che provano a mettermi in tutti i modi i bastoni in mezzo alle ruote. Oggi, se dovessi fare il bookmaker, direi che Bersani ha il 50 per cento di possibilità, Vendola il 10 e io il 40. Ma se le cose vanno come devono andare e se superiamo bene questa settimana e se alle primarie riusciremo a portare più di 3 milioni e mezzo di elettori io sono convinto che possiamo farcela e che possiamo vincere. Manca un mese, sì, c’è ancora tempo: ma vi assicuro che io credo ancora che non sia davvero possibile fermare il vento con le mani”.

di CLAUDIO CERASA

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Contributi Esterni. Contrassegna il permalink.