Tutti pazzi per «Matteo». Quel format che ha già vinto (da www.matteorenzi.it)

pubblico giornaledi TOMMASO LABATE

Poco importa se alcuni aneddoti – «Una bambina, quando ho chiesto quale fosse la cosa più bella di Firenze, ha risposto la Torre di Pisa» – non sarebbero degni neanche delle barzellette che stanno sul Cucciolone, nel senso del gelato con il biscotto attorno. E poco importa anche se altre storielle – «Dopo le accuse di Marchionne a Firenze, una signora m’ha detto: “Noi s’è fatto il Rinascimento, lui la Duna”» – risultino all’orecchio talmente geniali da farsi perdonare anche la forzatura storica (Firenze ha fatto il Rinascimento ma Marchionne non ha mai fatto la Duna).

Poco importa, in fondo, se nella “fase due” della sua campagna elettorale è passato dall’«io» al «noi», pur mantendendo sempre l’«Adesso!». Perché l’unica cosa che conta, quando l’ultimo dei cinquemila fiorentini ha abbandonato il Mandela forum, addì venerdì 26 ottobre 2012, è quello che rimane in fondo alla narrazione renziana. E cioè che esistono «Renzi» e «Matteo». E che mentre «Renzi» può perdere le primarie contro Pier Luigi Bersani, la «narrazione» di «Matteo quella no. Quella ha già vinto. Per lui parlano i dati, che dietro le quinte del Mandela forum il suo staff snocciola poco dopo le 20, quando il Palasport ancora deve riempirsi e fuori Firenze sembra tagliata a metà dal combinato disposto pioggia-traffico. Dati che si trasformano nella prova regina di una semplice verità: può piacere o meno, può essere sostenuto o osteggiato, ma non c’è nessun politico – adesso, in Italia -ad avere lo stesso seguito del sindaco di Firenze. Va dalla Gruber, e la trasmissione Otto e mezzo fa registrare il suo record. Si presenta da Vespa per un normalissimo talk con normalissimi sparring partner (leggasi: Mariastella Gelmini), e Porta a porta mette a segno tre punti di share in più rispetto all’ospitata scoop di Batman-Fiorito. Va da Fazio, di lunedì, per giunta con la concorrenza di Celentano su Mediaset, e la puntata di Che tempo che fa – nonostante le condizioni avverse – arriva a mettere insieme quasi lo stesso numero di telespettatori che avevano visto la performance di Pier Luigi Bersani, che s’era accomodato sulla nota poltrona di RaiTre di domenica e senza controprogrammazione. E la stessa identica musica, con analogo seguito, è andata in onda sia quando è andato ospite da Corrado Formigli a Piazzapulita, sia quando ha accettato l’invito alla prima puntata del Servizio Pubblico di Michele Santoro. Tutti segni, inconfutabili, che anche quando «Renzi» non convince, il «format» di «Matteo» vince. Sempre.

Venerdì, a Firenze, quando ha giocato in casa, è andata così. Non importa quello che il candidato «Renzi» dice. Importa, soprattutto, come «Matteo» lo dice. Basti pensare al passaggio in cui, nel criticare la legge di stabilità del governo Monti, ha scandito che «in un Paese che tiene al proprio futuro non si possono trattare i professori a pesci in faccia». La risposta dei cinquemila del Mandela forum? Un boato, accompagnato dal fascio di luce con cui la regia ha illuminato il Palasport. E non per l’originalità del messaggio (Bersani e Vendola hanno criticato le norme sulla scuola prima di Renzi). Quanto per il crescendo rossiniano con cui il sindaco di Firenze ha preso per mano la folla e l’ha accompagnata a quelle ultime tre parole: «Pesci in faccia». Lo stesso era accaduto qualche minuto prima, l’attore protagonista aveva sostituito l’arma della «rottamazione» con un macchinario da edilizia, la ruspa. «Serve la ruspa per eliminare certe leggi», e il riferimento era all’intollerabile e intollerata burocrazia italiana. «La ruspa» pure contro la «resistenza passiva» di chi, «da venticinque anni», rimane «incollato alla poltrona».

L’applausometro, sistematicamente, gli regala quella che nei vecchi spot della Coca Cola era riassunta in due parole: «Sensazione unica». «Dicono», inizia sussurrando la critica ad alcuni compagni di partito, «che Renzi non è di sinistra». Forse perché, finisce urlando, «loro sono affezionai all’idea che è di sinistra solo quello che perde». E le mani del pubblico si spellano. Si spellano. Tra le altre, le mani di chi è entrato nella chiesa di Matteo con una storia da raccontare. Bella o brutta che sia. È bella quella sussurrata a bassa voce a bordo palco da Maria Elena Boschi, classe ’81, avvocato, una delle tre ragazze che guidano il comitato di Renzi alle primarie. «Come sono finita qui? Forse perché sono stata concepita durante una campagna elettorale. Papà e mamma stavano con la Dc e si sono conosciuti con la politica. Io, invece, ho preso la prima tessera quando è nato il Pd. Alle primarie per il sindaco di Firenze sostenevo Michele Ventura (dalemiano, poi arrivato terzo, ndr). Poi mi sono avvicinata a Renzi ed eccomi qua, a dare una mano. Per una passione si possono sacrificare due mesi della propria vita, no?».

«Io seguo Matteo in tutte le tappe vicine a Roma. Sto lavorando al mio film che esce a gennaio», spiega qualche metro più in là Fausto Brizzi, il regista più amato dai teenager italiani. Che aggiunge: «Ho sempre votato Pds, Ds e poi Pd. Spero proprio che Matteo ce la faccia». E se non ce la farà? «Voterò comunque per il Pd. Stimo anche Bersani, a dire il vero». Che Renzi catturi consensi anche a destra si vede e si sente. Alle 20.15, prima che «Matteo» entri in scena, un mezzo urlo cattura l’attenzione delle prima file. «Fammi la foto che si veda pure la scritta “Adesso! “», si sgola la ragazza guardando verso l’amico con l’iPad in mano. Ha la maglietta rossa con la scritta: «Non si ferma il vento con le mani». E si chiama Monica Catro, è del Pdl e fa il consigliere comunale a Calenzano, provincia di Firenze. «Ma davvero non mi conosce? Io sono quella che si è spogliata in consiglio comunale per protestare contro il governo Monti. Sono uscita anche su qualche giornale nazionale», spiega. «La mia storia? Ho fatto la sindacalista prima con la Cgil, poi con la Cisl e infine con l’Ugl. Poi, eletta consigliere comunale del Pdl, ho capito che il mio partito mi fa schifo. E mi piace, tanto, Renzi. Al punto che, per lui, vado a votare e firmo l’appello pubblico per il centrosinistra previsto dal regolamento delle primarie. Poi si vedrà…». I gadget, all’ingresso, vanno a ruba. I più alti dirigenti della Fiorentina, tranne Andrea Della Valle che ha fatto ritardo, prendono posto in platea. Renzi, che negli ultimi giorni sembra puntare anche al voto dei No Tav («Non avrei realizzato la Torino-Lione»), e che dopo Twitter ha riscoperto il valore decisivo che alle primarie può avere il vecchio porta a porta (minuscolo, non quello di Vespa), aspetta nelle retrovie che il Mandela forum si riempia. Alle nove è già pieno. Nonostante la pioggia. E nonostante la piediellina Monica Castro continui a sgolarsi: «Mi aggiungi su Facebook? Però devi cercare il secondo profilo. Sul primo ho già raggiunto la quota di cinquemila amici…».

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