Ma con il programma di Renzi l’Italia esce dalla crisi? (da www.linkiesta.it)

La chiave del programma di Renzi sta in una espressione ricorrente: «Dal basso». Alcune proposte, scrive l’economista Paolo Manasse, sono innovative e meritevoli. È debole invece sulle riforme istituzionali. E quello che manca sono le idee per il Sud e per la lotta alla criminalità organizzata.

Matteo Renzi
Matteo Renzi spiega il suo programma in un teatro

30 ottobre 2012 – 08:00I programmi dei leader politici lasciano spesso il tempo che trovano. Ricordate il famoso «contratto con gli Italiani» di Berlusconi? Firmandolo a Porta a Porta (sic) l’ex primo ministro si impegnò alla vigilia delle elezioni del 2001 a ridurre le tasse, dimezzare la disoccupazione, aumentare le pensioni, riaprire i cantieri per le infrastrutture e la difesa del territorio. Sappiamo come è andata a finire. Prodi nel 2006 affidò ad un programma di 281 pagine il tentativo di legare le mani alla sua coalizione rissosa. Non funzionò: i programmi non vincolano i comportamenti dei politici. Ciononostante, essi hanno il merito di rivelare «la visione», le «preferenze» direbbero gli economisti, dei candidati.

Non fa eccezione il programma di Matteo Renzi, di pagine 26. La chiave del manifesto, sta in una espressione ricorrente: «dal basso». Dal basso (e dunque mai «calati dall’alto») devono partire riforme e norme, la costruzione europea, la crescita economica e perfino la sicurezza dei cittadini. Non si tratta del solito refrain sessantottino da cui, per ragioni anagrafiche, il nostro è immune. Si tratta invece dell’impostazione di fondo, e, allo stesso tempo, del limite maggiore del «Renzi pensiero»: trasporre il modello «micro» e l’esperienza del governo della città a quella del paese. Dunque non più «paese come azienda» à la Berlusconi, ma «paese come Comune (Firenze)». Andiamo con ordine.

Il programma-manifesto consta di dodici punti: riforme istituzionali, Europa, bilancio, istruzione, crescita e liberalizzazioni, welfare e lavoro, fisco, amministrazione pubblica, cultura e turismo, sicurezza , diritti civili, partecipazione al programma (dal basso). Non sorprende che volendosi immergere «nella complessità del reale» e propondosi di «partire dall’Italia che funziona («comuni, aziende, terzo settore») il manifesto abbia il capitolo più debole nella parte che riguarda le riforme istituzionali. Il sistema elettorale dei comuni diventa il modello. Sistemi elettorali molto diversi tra loro come quello spagnolo (proporzionale con forte peso delle autonomie) e britannico (uninominale maggioritario) vengono presi ad esempio per aver prodotto «governi che durano a lungo, primi ministri che entrano in carica abbastanza giovani (sic) e dopo al massimo dieci anni passano la mano ed escono di scena» (il riferimento a D’Alema e Bindi è del tutto casuale). Ma anche l’Europa, si sostiene, dovrebbe dotarsi di un Sindaco, una figura istituzionale eletta direttamente dagli Europei che sommi le cariche del Presidente della Commissione a quella di Presidente del Consiglio Europeo.

Sui temi europei vi sono proposte già «sul tavolo» (unione bancaria, Eurobonds), e altre proposte «micro» nuove e meritevoli (potenziare gli scambi Erasmus ed istituire un servizio civile europeo). Sui temi «macro», troppo distanti «dal basso», si sorvola (il fiscal compact «va bene»: siamo sicuri?). Le proposte economiche partono da una premessa condivisibile: il «ventennio perso» della stagnazione italiana nasce in primo luogo dalla incapacità del sistema produttivo nazionale di rinnovarsi davanti alla sfida della globalizzazione. Potremmo distinguere le proposte tra quelle con obiettivi «di breve» o «di medio» termine. Tra le prime vi sono quelle necessarie all’abbattimento del debito ed al consolidamento di bilancio. Per ridurre al 107% il peso del debito sul pil entro il 2017, ci si propone di vendere gli immobili pubblici (72 miliardi annui), cedere partecipazioni del Tesoro per 40 miliardi, di ricapitalizzare le concessioni pubbliche per 30 miliardi. Tuttavia le dismissioni proposte appaiono insufficienti rispetto obbiettivo: per ridurre in cinque anni il rapporto debito pil dall’ attuale 126% del pil al 107% occorrerebbe recuperare circa 220 miliardi contro i 140 circa preventivati nel programma Renzi (anche assumendo una crescita favorevole dell’1% del pil nel quinquiennio. E senza contare che la vendita di asset e l’acquisto del debito ridurrebbero i prezzi delle attivita e aumentebbe quello delle passività dello stato, v. Tavola 1).

La politica di bilancio si pone l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale riducendo la spesa corrente e riqualificando la spesa. Ad un fondo apposito sarebbero destinate le risorse provenienti alla lotta all’evasione (33 miliardi l’anno). Altri risparmi di spesa verrebbero dalle spese correnti (-12 miliardi l’anno), dai trasferimenti alle imprese (-14) , dalla «riallocazione dei fondi europei» (-8,5 miiardi), dall’impiego pubblico (4 miliardi con part time, mobilità territoriale, blocco turnover). Queste risorse permetterebbero di ridurre le imposte a donne e giovani (1,5 miliardi), a di finanziare detrazioni a chi guadagna meno di 20 mila euro netti (20 miliardi). Due osservazioni a proposito. Le stime delle entrate dal recupero dell’evasione appaiono ottimistiche, cosa frequente nei programmi politici, visto che ammontano a circa all’11% dell totale evaso, 290 miliardi secondo le stime della Banca d’Italia.

La spending review in salsa Renzi appare realistica (si taglia circa il 4.3% del totale della spesa) ma poco ambiziosa perché non prefigura una sostanziale riduzione del peso dello stato nell’economia. Alcune proposte per il medio termine sono interessanti. La bassissima partecipazione delle donne alla forza di lavoro è correttamente identificata come una delle più gravi anomalie economiche, sociali e politiche del nostro paese. A questa fa riscontro lo scarso accesso dei bambini sotto i tre anni agli asili nido e la eccessiva dipendenza del loro sviluppo cognitivo dall’istruzione dei familiari. Quindi, accanto alla detassazione del lavoro femminile, il programma di creazionedi 450 mila posti negli asili pubblici (3 miliardi all’anno) è allo stesso tempo un fattore di crescita economica, di emancipazione femminile e di mobilità sociale. Non è però chiaro che questi obiettivi non possano essere ottenuti favorendo la creazioni di nidi privati ed intervenendo, come in molti paesi, con importanti deduzioni/detrazioni fiscali. Inoltre, si sostiene, gli investimenti pubblici andrebbero riorientati dal«macro» (le grandi e dispendiose infrastrutture come la Tav) al «micro»: asili, trasporti, sicurezza scuole, efficieza energentica.

Molto è lo spazio dedicato a pubblica amministrazione, scuola e università, con proposte per la semplificazione, formazione, selezione e reclumento dei docenti e valutazione delle università. Rimangono però due tabù. Primo, tra gli incentivi non si parla della possibilità di pagare di più/meno i docenti più/meno meritevoli prescindendo dalla loro anzianità di servizio, né della possibilità di licenziare i dipendenti pubblici. Secondo, non si parla dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Le proposte sul welfare ben rispecchiano la filosofia generale: spostare la sanità verso un sistema regionale maggiormente finanziato da imposte locali e armonizzato con un fondo perequativo per assicurare uguale accesso tra regioni ricche e povere. Appare invece inadeguata la proposta di sperimentare forme di flexicurity sul mercato del lavoro «in forma volontaria».

Tornano i conti? Non è chiaro. Nel programma si danno cifre precise per i proventi delle privatizzazioni destinate a ridurre il debito (142 miliardi annui v. Tabella 1), per la variazioni di entrata che risultano dal saldo del recupero di evasione e dalla detassazione (11 ,5 miliardi), e per i risparmi di spesa (38,5 miliardi). Invece, molte nuove spese (edilizia scolastica, infrastrutture, pubblica amministrazione, cultura giustizia) non vengono dettagliate. Possiamo solo supporre che a queste vengano assegnati in complesso i circa 21,4 miliardi che risultano dalla differenza tra nuove entrate e nuove uscite. Maggiori informazioni sarebbero desiderabili.

Cosa manca al programma? Come detto, è insufficiente la parte «macro». Non si parla ad esempio della riforma della contrattazione collettiva, una riforma fondamentale per assicurare che i salari riflettano la produttività e le risorse umane e finanziarie vadano nelle imprese dove questa è maggiore; non appare neppure l’obiettivo di privatizzare le Fondazioni bancarie, la longa manus della politica nel credito ed il maggior ostacolo al credito alle piccole e medie imprese; si è troppo timidi nelle liberalizzazioni (perché non si dice che vanno aboliti gli ordini professionali?), e negli incentivi per la pubblica amministrazione; non ci sono idee per il Mezzogiorno, e la criminalità non ha il rilievo di problema nazionale che merita: le proposte di partire con un lavoro (da dove?) «dal basso» per combattere la micro-criminalità (vigilantes col fazzolettino rosso?) e di mettere più donne, immigrati e osservatori locali nelle forse di polizia appaiono condivisibili ma inadeguate. Oggi la lotta alla criminalità passa attraverso la riduzione del peso dello Stato nell’economia.

Tabella 1: Programma di Renzi

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