Ragioni della scelta di votare per Renzi (da www.matteorenzi.it)

L’intervento di Alessandro Maran dal Messaggero Veneto Giornale del Friuli

Voterò per Matteo Renzi. Sono dell’opinione che il centrosinistra abbia bisogno di una rigenerazione, sia pure al prezzo di qualche scossa. E bisogna che le primarie sciolgano il nodo del posizionamento di fondo del Pd nella crisi italiana ed europea. Fare una campagna elettorale di opposizione dopo un anno in maggioranza è schizoide. Il Pd deve rivendicare con orgoglio di aver partecipato (da protagonista) allo sforzo per salvare l’Italia, non vergognarsene; e deve prendersi il merito della popolarità di Monti in Europa, non accreditarsi come quello che non vede l’ora di toglierselo dai piedi. Si può pensare quello che si vuole di Matteo Renzi, ma non c’è dubbio che nei suoi discorsi (e nel suo programma) abbia ripreso quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale; e non c’è dubbio che è con queste idee che prova a sfidare la maggioranza del Pd. Diciamoci la verità: il più delle volte, le riforme che sarebbero necessarie (per trasformare un sistema giudiziario bizantino, un governo locale sciupone, un sistema sanitario scricchiolante ecc.) sono impopolari e rischiare l’impopolarità nei punti di forza tradizionali (il pubblico impiego, per esempio), puntando sulla riconoscenza delle generazioni che verranno, esige un coraggio che gli attuali leader del Pd non hanno. Il punto irrisolto è sempre lo stesso.

 

L’incapacità del centrosinistra di promuovere un’aperta battaglia culturale nel proprio «mondo di riferimento» in difesa di quelle idee che molte volte ha annunciato (tutti ricordiamola promessa di una «rivoluzione liberale») come l’orizzonte della propria azione politica. Ma per conquistare la credibilità necessaria per costruire (ovviamente, con le necessarie alleanze) una alternativa di governo, il Pd deve definire la propria identità e la propria cultura politica; e c’è bisogno di una riflessione vasta e profonda su cosa significa essere di (centro) sinistra oggi. In discussione, in altre parole, è proprio la «versione dei fatti» fin qui proposta dal gruppo dirigente. E come ha osservato Biagio De Giovanni «questo gruppo è incapace di pensare in maniera diversa la storia d’Italia. Pensano sempre la stessa storia. Che, infatti, si ripropone ora con l’alleanza tra Bersani e Vendola». Spacciando per «continentale» il nostro provincialismo culturale.

Renzi potrà non piacere e, indubbiamente, la «rottamazione» è uno slogan sgradevole, ma (al di là dei toni) ci voleva qualcuno che mettesse apertamente in discussione la continuità burocratica del gruppo dirigente. All’origine dei nostri guai non c’è, come da un po’ di tempo in qua non si fa che ripetere, l’idea di un partito «liquido», di un partito all’americana, di un partito che (è questo che si vuol dire) non corrisponde alla realtà storica e politica del nostro Paese. L’America non c’entra nulla. Sono le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese. Ed è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo delle scelte che da tempo invoca. Dovesse prevalere Renzi alle primarie, non finiremmo nell’anarchia, ma il Pd diventerebbe un partito un po’ più simile a quelli (di sinistra) europei. Mentre le sinistre europee rompono anche simbolicamente con il loro passato perché sono obbligate a considerare nuovi problemi e traguardi, il Pd si auto-confina nel recinto della sinistra tradizionale. Ma quella sinistra non è «la» sinistra. Anzi, se c’è un’esigenza in Italia, è proprio quella di costruire (finalmente) la sinistra come crogiuolo dei diversi filoni che si sono variamente intrecciati nella sinistra europea. Dovunque oggi la socialdemocrazia è già un compromesso liberal-socialista. Il rischio della sinistra italiana è di morire di nostalgia: tutto quel che è accaduto nel passato ha valore, tutto ciò che è presente, è corrotto. Ma il passato diventa motivo di forza e di vanto solo per un equivoco: lo si idealizza. E a forza di pensare nostalgico ci si dimentica che il futuro (come dice Obama) si forgia, si costruisce, non lo si aspetta mica. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nelle politiche sia nel modo di fare politica. E la vera rupture rispetto agli ultimi anni del Pd (più forte della stessa rottamazione) è l’appello di Renzi agli elettori delusi da Berlusconi. Continuo a ritenere che il Pd debba scommettere sul fatto che possa avvenire, in futuro, un mutamento nelle propensioni degli elettori. Ma per conquistare nuovi elettori bisogna cambiare. E il partito non ha altra possibilità che quella di provare a conquistare quegli elettori delusi dal centrodestra, che ora possono volgere lo sguardo altrove in cerca di una nuova speranza, facendo proprie le loro istanze. Facendo proprie, cioè (sulla base dei nostri valori) quelle domande, quelle aspirazioni che essi esprimono e che Berlusconi ha lasciato insoddisfatte. Non è scritto da nessuna parte che il declino, la decadenza siano un esito inevitabile per il nostro Paese. I leader e le loro idee contano. Ma serve coraggio, che, come scriveva Robert Kennedy, «è la dote indispensabile per chi voglia cambiare un mondo che accetta così faticosamente il cambiamento».

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