Renzi fa bene o male al Pd? (da www.espresso.repubblica.it)

Piero Ignazi

L’afflusso di idee nuove e l’azzeramento delle vecchie correnti è molto positivo. Però il sindaco di Firenze guarda più al centrodestra che al centrosinistra: ecco perché molti lo vedono come un usurpatore anziché uno sfidante

Matteo Renzi

Le primarie fanno bene al Pd? Per certi aspetti sì. Per la sferzata di energia ed entusiasmo che la competizione suscita, per la centralità mediatica che ne deriva, per la ridefinizione delle correnti e degli assetti di potere interni. D’ora in poi le vecchie incrostazioni derivate da un lontano o recente passato diventano irrilevanti: nel Pd ci si distinguerà per aver sostenuto Matteo Renzi o Pier Luigi Bersani. Il resto, l’essere stati veltroniani o bindiani, dalemiani o mariniani, non avrà più alcun senso identificativo.
IL CICLONE RENZI AZZERA il vecchio Pd: che vinca o meno, sulla sua scia arriveranno al vertice nuovi protagonisti, connotati dal legame con il sindaco di Firenze più che da altre precedenti appartenenze. Il rimescolamento di carte interno è di gran lunga il maggior beneficio che queste primarie irrispettose portano al Pd. Poi c’è la rivitalizzazione della militanza.
Con un paragone un po’ forte e azzardato il confronto tra Renzi e Bersani ricorda quello tra Hillary Clinton e Barack Obama per la conquista della candidatura democratica, quattro anni fa. Allora molti pronosticavano che la battaglia senza esclusione di colpi dei due leader avrebbe portato il partito alla rovina. Invece fu una grande occasione di mobilitazione che favorì la vittoria di Obama.
Ora, perché si realizzi un esito così felice anche qui sono necessarie alcune condizioni; che però mancano nella competizione interna del Pd. La prima condizione non riguarda tanto i contendenti ma rimanda a cause “strutturali”, cioè alla modalità di svolgimento delle primarie. Negli Usa spetta agli Stati organizzarle in base a una precisa e minuziosa normativa, mentre da noi le autogesticono i partiti. Quindi, in America non si discute sulle regole, contrariamente a quanto è accaduto nel Pd dove hanno spaccato il capello in quattro.
Strano poi che il giovane candidato dalla camicia bianca, quello che vuol fare l’americano, non sappia che per partecipare alle primarie negli Stati Uniti bisogna prima registrarsi dichiarando la propria preferenza partitica (democratica, repubblicana o indipendente); e che nella maggioranza degli Stati le primarie sono “chiuse” cioè riservate solo a quelli che si sono dichiarati sostenitori di quel partito.
La seconda condizione affinché lo scontro in atto non danneggi il partito, anzi, è che i due contendenti siano entrambi riconosciuti come “legittimi”, in quanto interpreti del medesimo corpus di valori e propositi. Questo è il punto dolente. Mentre Bersani, in quanto segretario, incarna la linea ufficiale del partito, Renzi viene percepito da molti militanti di lungo corso di provenienza popolare o diessina come un alieno, se non addirittura come un cavallo di Troia del nemico. In effetti, una volta esaurito il tema della rottamazione Renzi è rimasto ancorato a qualche formuletta di buon senso con concessioni a una retorica liberal-moderata filo-aziendalista.

IL SUO PROGRAMMA CONTIENE molte proposte condivisibili dal popolo del centro-sinistra ma fin qui il sindaco di Firenze le ha lasciate in secondo piano puntando invece a blandire l’elettorato di centro-destra. E finendo per essere assimilato a quel mondo. Per questo solleva perplessità e scetticismo, nei quadri del partito e anche altrove. Non per il linguaggio, le frequentazioni, o lo stile da convention (peraltro senza nessuna immagine o riferimento al Pd), bensì per le argomentazioni politiche.
La rivitalizzazione del partito con l’afflusso di nuove energie e l’azzeramento delle vecchie correnti costituiscono indubbi effetti positivi della sfida di Renzi, ma la sua esibita eccentricità politico-ideologica rende la sua figura, e quindi la competizione, meno “legittime”. Con tutti i danni che ne derivano. Per cui le primarie possono fare del bene al Pd, ma a patto che si restringa il fossato che divide i due contendenti e che lo sfidante sia percepito come un innovatore e non un usurpatore.

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