Dov’è finito il “ragazzaccio” Renzi? (da www.lastampa.it)

Il sindaco di Firenze ha capito che per vincere le primarie deve convincere i “conservatori”del centrosinistra. E vira sul buonismo

FABIO MARTINI
ROMA

Matteo il “ragazzaccio” è diventato buono  per dimostrare che è uno di famiglia

Nell’ordinato dibattito televisivo tra i cinque sfidanti delle Primarie, nel corso del quale tutti si sono dimostrati (quasi) d’accordo su tutto, c’era un grande assente: il “ragazzaccio” Matteo Renzi. O meglio, lui c’era, ma in una versione edulcorata, diversa da quella anticonformista che lo ha portato sulla ribalta. Una scelta a freddo, che lui nel suo appello finale, in qualche modo ha rivendicato: visto che clima disteso?

Renzi lo sa da mesi e tutti i sondaggi lo confermano: se, ipoteticamente, tutti gli italiani un bel giorno fossero chiamati – da casa o nei gazebo – a dare una preferenza preventiva sul loro nuovo leader, il sindaco di Firenze potrebbe battere tutti gli altri sfidanti, di sinistra, di centro e di destra. Ma alle Primarie del centrosinistra votano – come è giusto che sia – soltanto gli elettori di quello schieramento. E lo faranno con procedure macchinose – a cominciare dalla doppia fila, una per registrarsi, l’altra per votare – escamotages studiati dagli uomini di Bersani per scoraggiare gli elettori meno “inquadrati”.

E allora cominciano a capirsi le ragioni del buonismo di Renzi: per arrivare al secondo turno delle Primarie, lui deve convincere anzitutto un elettorato “conservatore” (nei valori e nelle abitudini) come quello di centrosinistra. Un elettorato che, in buona parte non ne può più delle vecchie facce dei suoi leader e dei loro litigi pretestuosi e che finora si è dimostrato ben disposto, o comunque intrigato, dalla campagna rottamatrice di Renzi. Ma è anche un elettorato che ha introiettato una repulsione istintiva verso le divisioni alimentate solo dall’ambizione personale. E in quella repulsione – tra gli elettori dai 45 anni in su – c’è anche il portato di una antica cultura di partito, la cultura del Pci, per il quale il partito veniva prima di tutto. E dunque, chi dissente è automaticamente un nemico del popolo.

Renzi, nel lanciare la sua sfida, ha rotto uno dei principali tabù di quella cultura: non ha chiesto il permesso a nessuno. Né ai poteri forti della sinistra – l’ingegner De Benedetti, Eugenio Scalfari, gli opinion maker “indignati” Santoro e Travaglio, i banchieri di riferimento – e tanto meno alla nomenclatura del partito. I notabili sono tutti, ma proprio tutti, contro di lui. Nessuno escluso. Il messaggio è passato e al sindaco di Firenze (per ora) basta così. Anche se tanti elettori che non ne possono più, ieri sera non hanno capito perché valga la pena andare a votare per Renzi. E soprattutto non hanno capito quanta sinistra c’è nel partito unico della spesa pubblica che ha portato alla paralisi l’Italia. Renzi (forse) proverà a spiegarlo tra il primo e il secondo turno.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Articoli dalla Stampa Nazionale. Contrassegna il permalink.