I Fantastici Cinque e il Convitato di pietra (da www.espresso.repubblica.it)

CONFRONTO CANDIDATI ALLE PRIMARIE DEL PD

di Marco Damilano

Per una volta il centrosinistra evita di farsi troppo male, si presenta affettuoso, attento a non mettere in mostra divisioni e rivalità. Pier Luigi Bersani, addirittura, cita il papa buono come leader ideale da mettere nel Pantheon democratico, poco ci manca che distribuisca carezze agli altri candidati, tieni, questa è carezza del segretario… La serata a Sky dei Fantastici Cinque sul gigantesco palco di trecento metri quadri di X-Factor segna un punto a favore della coalizione, lontana per questa volta dall’autolesionismo della gioiosa macchina da guerra del 1994. Il roccioso Bruno Tabacci, grande esperienza democristiana, la veneta Laura Puppato, il poeta Nichi Vendola svolazza sulla fascia come una farfalla e solo in qualche occasione estrae gli artigli. Bersani se ne sta in un angolo, un po’ smonato, a disagio nel format, compreso nel ruolo del capocordata, la calma forza tranquilla che non ha bisogno di alzare la voce, «tra massimalismo e minimalismo dobbiamo trovare una strada», che ti consegna quell’eterna sensazione di affidabilità, che se ti metti nelle sue mani sai dove ti porterà, anche se forse la meta è da nessuna parte e il viaggio è restare immobili. Il suo biglietto da visita si chiama credibilità: «Basta con la fabbrica delle illusioni. Se toccherà a me dirò agli italiani che non voglio piacere». Matteo Renzi gioca in casa, si aggrappa al podio con la stessa leggera espressione del ragazzo che conquistava la Ruota della fortuna. Per lui vincere questa gara significava segnare la diversità e la novità rispetto agli altri candidati senza apparire un corpo estraneo. Renzi si muove su questo crinale, danza sulla frontiera su cui può vincere o perdere le primarie: provando a parlare a chi sta fuori dal recinto della vecchia sinistra ma senza perdere quelli che stanno dentro. La sua carta migliore resta il salto in avanti, non solo generazionale. Sbaraccare «un Paese che non è fondato sul lavoro ma sulla rendita»: «Vogliamo uscire dalla crisi portando il futuro nella politica italiana. E riprendersi il futuro è di sinistra». Il risultato è a somma zero. Nessuna sorpresa, nessun dinosauro dal cilindro, pochissimi voti a favore dell’uno o dell’altro saranno spostati dopo due ore di dibattito. In compenso, però, tante sono le parole pronunciate. Il vocabolario del nuovo centrosinistra, evocato da Vendola nel finale.

Acchiappanuvole. «Lo sono stato per una vita, ma adesso voglio governare», confessa Vendola nell’ultimo intervento. Come se il governatore-poeta volesse chiudere con Aristofane e con Pasolini insieme, ma anche con la storia della sinistra radicale, quella che per conquistare il cielo buttava i governi riformisti giù per terra.

Uovo. «C’è l’economia informale: una contadina che mi vende l’uovo del suo pollaio e non mi fa la fattura» (Tabacci).

Patrimoniale.
 Viene evocata nel primo giro sulle tasse. La Puppato la vuole «obbligatoria» per redistribuire il reddito, Vendola la vorrebbe per frenare «il parassitismo speculativo», modello Hollande, per Bersani serve contro «i grandi patrimoni immobiliari», «per quelli finanziari mi accontenterei di farli emergere». Tutti d’accordo, ora: anche i ricchi piangano. Unico dissenso, Renzi: «Non possiamo alzare ancora le tasse».

Bil. Neologismo coniato dalla Puppato in alternativa al Pil. Sta per Benessere Interno Lordo, evocato da Bob Kennedy in uno dei suoi più famosi discorsi («Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta…»). Bersani, l’uomo del cacciavite (strumento già molto caro a Prodi), lascia correre. Renzi, quanto a benessere interno, non lo batte nessuno.

Buco nero. Evocato da Vendola a proposito dell’Europa («un buco nero») e poi della precarietà («un buco nero»). E poi da Tabacci a proposito della coalizione («un buco nero»). Da non confondere con le altre immagini vendoliane: la crepa, il fango, il femminicidio, lo sfregio alla civiltà (sulla riforma Fornero del mercato del lavoro), i detenuti, i minatori «che per lavorare stanno sepolti nelle viscere della terra…». E qui di benessere, interno e esterno, ce n’è poco.

Ingegnere. «Caro Ingegner Marchionne…», attacca il sindaco di Firenze. «Ho creduto in lei e sono rimasto deluso. Se ora fa una macchina buona ogni tanto noi non ci offendiamo». «Caro Ingegner Marchionne, io in lei non ho mai creduto», replica Vendola. «Guardi Ingegner Marchionne, ci faccia capire bene», rincara Bersani. Tutto bene, finalmente un centrosinistra che non lucida le maniglie di casa Agnelli, come altri leader del passato. Peccato che Marchionne non sia ingegnere: la laurea in ingegneria gestionale è arrivata solo nel 2008, ad honorem.

Più. Il mantra di Bersani quando la ricetta giusta tarda ad arrivare. Cosa si dice a un giovane uscito da scuola che cerca lavoro?, chiede l’ottimo Gianluca Semprini. E già, cosa gli si dice? «Che serve più ricerca, più innovazione…», snocciola il suo rosario il segretario del Pd. E poi, in un crescendo, «più meritocrazia coniugata con l’uguaglianza, più efficienza energetica…». Quando il più diventa un segno di vaghezza, quasi un meno.

Adozioni. Per le coppie gay. Renzi ci sta pensando, Bersani anche, Vendola e Tabacci vanno giù in rete: per il governatore della Puglia si può chiedere tutto, anche che le unioni omosessuali possano adottare un figlio, per l’ex dc della bassa mantovana non se ne parla neppure, «sono stato bambino anch’io, ero orfano, mi è mancato il papà».

Vento. L’affondo più efficace di Renzi, sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. «Il vento è cambiato. Fuori ci giudicheranno sulla nostra credibilità. Non solo se taglieremo i costi della politica, ma anche i posti. Altrimenti vincerà Grillo». Gli altri candidati si chiudono a testuggine in difesa dei soldi dello Stato ai partiti.

Conflitto di interessi. Il sindaco di Firenze butta in mezzo la legge che il centrosinistra non ha mai fatto? Viene in mente qualcuno? Un altro giro e Renzi nomina il suo nemico: «Non abbiamo creduto alle profezie Maya, dovremmo credere alle profezie di D’Alema? Se vinco io spero che resterà nel centrosinistra a collaborare con me». Ed ecco rovesciata l’accusa. Per due mesi il Bimbaccio è stato trattato come un berlusconiano mascherato pronto a passare con il nemico in caso di sconfitta alle primarie. E invece, allude Renzi, è D’Alema che ha inciuciato con il Cavaliere e minaccia di lasciare il Pd se vinco io.

Mecca. La Puglia per il governatore della Puglia Vendola: «La Mecca del cinema, della connettività, della Rete».

Svizzera. Il paese elvetico provoca l’unico scontro diretto tra Bersani e Renzi. Per il sindaco il governo Monti deve accelerare sull’accordo fiscale con la Svizzera, per il segretario non ci sono le condizioni giuste. Per il resto i due si scrutano a distanza, duellano con gli altri candidati ma non si affrontano mai direttamente. Sarà per il ballottaggio.

Casini
. Il convitato di pietra. Il potenziale alleato che Vendola esclude e che Bersani vorrebbe. Ma, a sorpresa, il più deciso a sbarrare la strada all’accordo con il capo dell’Udc è l’ex giovane democristiano Renzi: «Gli accordi si fanno prima, davanti agli elettori, non dopo. Nella nostra alleanza non ci deve stare: di casini in casa nostra ne abbiamo già abbastanza».

Oscar Giannetto
. La vera star della serata, invenzione della lavoratrice precaria Serena Bramante, vendoliana, che vorrebbe scaraventarlo contro nella domanda per Renzi. Peccato che non riesca a dire il nome del grande Oscar Giannino di Fermare il declino ( o Fermare il Giannetto? Boh!).

Papa Giovanni. Il leader ideale per Bersani, «riusciva a cambiare rassicurando» (ma quando fece il Concilio la Curia non era rassicurata granchè). Vendola indica il cardinale Martini, la Puppato Tina Anselmi, Tabacci De Gasperi e il suo maestro Giovanni Marcora. In questo sfilare di papi, cardinali e leader democristiani tocca all’ex dc Renzi cambiare secolo: Nelson Mandela e la blogger tunisina Mina.

Berlusconi. Mai nominato in un dibattito del centrosinistra, una novità assoluta per gli ultimi diciotto anni. Bersani ci prova a riesumarlo per giustificare l’ipotesi di accordo con Casini, ma è un’arma spuntata. Il Nemico di Arcore non c’è più, esattamente un anno fa ha lasciato Palazzo Chigi, il centrosinistra deve provare a fare politica e a chiedere i voti in positivo, senza poter contare sull’anti-berlusconismo. Né vale sostituirlo con l’anti-grillismo o peggio con l’anti-renzismo. B Factor addio.

La serata all’americana è finita. Ci fosse in Italia un sistema presidenziale come negli Stati Uniti o in Francia sarebbe stato uno spettacolo grandioso. Invece siamo in Italia: da oggi si torna a parlare di legge elettorale, premioni e premietti. E i Fantastici Cinque rischiano di fare la figura dei barzellettati. In lotta per un posto di candidato premier che forse non esisterà mai. E se alla fine vincesse chi non si candida a nulla, Casini?

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