Il sud e un manifesto per Renzi (c’è anche la mozione Litfiba) (da www.ilfoglio.it)

Nei prossimi giorni, poco prima della Leopolda organizzata a Firenze da Matteo Renzi, un gruppo di giovani amministratori meridionali ha scelto di scrivere un piccolo manifesto politico per spiegare la ragione per cui alle prossime primarie sosterrà il sindaco Rottamatore. Il manifesto è lungo alcune cartelle ed è firmato da alcuni volti più o meno conosciuti dell’universo democratico, molti dei quali promotori della famosa “mozione Litfiba” (Civati segretario del Pd, Renzi candidato presidente del Consiglio). Non ci sono veri big tra questi nomi ma ci sono una serie di persone che negli ultimi mesi si sono fatti conoscere anche grazie al loro attivismo sulla rete. I nomi dei firmatari sono questi. Dopo i nomi, trovate il documento, che nelle prossime ore arriverà sulla scrivania di Matteo Renzi.

Francesco Nicodemo, Tommaso Ederoclite, Marco PlutinoGiuliano Gasparotti, Mila SpicolaAntonio SavaresePietro Raffa, Elisabetta Tarricone, Amedeo Cortese, Antonella Cortese, Antonio D’Addio, Gabriele Dandolo, Anna Fiore, Antonio Bruno, Andrea Marino, Ginevra Catalano, Nicola Giovanetti, Andrea Ciambra, Doriana Imbimbo, Gaetano Cafiero, Emiliano Chirchiano Giuseppe Conte, Ester Cimitile, Santi Lo Monaco, Riccardo Giuliano, Nicoletta Agostino, Francesco Maselli, Antonello Paciolla, Ivana Scarpelli, Mirko Colella, Massimiliano Sanzo, Salvatore Quarta, Vincenzo Palmisano, Angelo Mongelli, Rocco Ressa

 

Unire con Matteo Renzi
Manifesto per il Sud

Noi lo sappiamo. Non ci si salva da soli, ma se si va avanti insieme, e se nessuno resta indietro. Per troppe generazioni il racconto del Sud povero e senza redenzione ha fatto comodo a molti, a quelli che lo ritenevano un problema di cui disfarsi e a quelli a cui conveniva che nulla cambiasse.
Perché un Sud debole, clientelare, assistito, sempre uguale a se stesso era la garanzia per chi ha progressivamente ridotto investimenti nazionali, e per chi ha governato queste terre foraggiando clientela e malcostume, sperperando risorse pubbliche senza costruire sviluppo.
Noi conosciamo bene le responsabilità della classe dirigente meridionale. Noi sappiamo bene che il gattopardismo è la sua malattia atavica. Noi riconosciamo il familismo amorale, la cooptazione, il clientelismo, l’illegalità diffusa, le mafie, l’assenza di mobilità sociale, il brain waste dei talenti formati, come responsabilità politica e sociale di chi ha governato nel Sud. E poiché il centrosinistra in questi anni ha avuto nelle mani il governo dei principali enti locali meridionali, le responsabilità più grandi sono le sue.
Proprio il centrosinistra che avrebbe dovuto portare sviluppo, cancellare il gap economico e sociale, riunificare il Paese, ha qui fallito miseramente. Il default della sanità meridionale, il disastro della gestione dei rifiuti, lo spreco e il mancato utilizzo dei finanziamenti europei, l’impiego pubblico e parapubblico utilizzato come leva elettorale non possono essere addebitate all’egoismo della politica nazionale, ma alle incapacità della classe dirigente meridionale. Se esiste un luogo in questo Paese in cui il ricambio, la rottamazione nella vulgata corrente, è più urgente ed imprescindibile, questo è il Sud. Liberare le energie, dare gli strumenti ad una generazione preparata e competente, che c’è e non aspetta altro che esserci sul serio, per emanciparsi ed essere partecipi della costruzione della Nazione, per essere protagonisti della rinascita del Mezzogiorno: giù al Sud questo vuol dire rottamazione.
Adesso è il tempo di rovesciare la prospettiva, cambiare tutto e considerare il Sud finalmente una risorsa per il Paese e non più un problema. Noi pensiamo che qui le parole futuro, Europa e merito siano ancora più dense di significato.
Futuro significa investire nei talenti, nella ricerca, nell’innovazione, nell’educazione, ovvero costruire le condizioni affinché generazioni di meridionali, un incredibile capitale umano, non siano costretti a scappare dalle proprie terre, ma restino qui a realizzare un altro Sud più ricco e più giusto.
Europa non significa solo bilanci solidi e rigorosi, ma anche Pubbliche amministrazioni efficienti e trasparenti, che sappiano utilizzare i fondi europei per creare sviluppo in settori strategici. Basta sussidi a pioggia, che foraggiano clientela e concorrenza sleale, favorendo l’illegalità. Ma Europa vuol dire anche Mediterraneo, in cui il Sud è la naturale piattaforma logistica verso l’Africa e verso l’est.
Merito significa valorizzare il talento e riconoscerlo, dare a tutti le stesse condizioni di partenza e puntare su chi si mette in gioco e non ha paura di rischiare. Mettere in condizioni chi sa fare di fare e chi non sa fare di imparare, ad armi pari e con la libertà della responsabilità e dell’impegno personale. Qui al Sud dove le professioni ed il lavoro sono quasi un dato ereditario, come nel Medioevo, bisogna spezzare i meccanismi clientelari e di appoggio familistico che ostacola la mobilità sociale. Prima causa di scoraggiamento per ragazzi e giovani.
Noi siamo convinti che il problema del Sud non siano le risorse. Noi rifiutiamo l’immagine del Mezzogiorno che chiede semplicemente soldi allo Stato. Il tema, come è avvenuto in questi anni, non è tanto la quantità della spesa che molto spesso diventa spreco, quanto la qualità degli impegni di spesa, la qualità delle idee, la qualità della visione strategica. In questo senso la politica regionale di sviluppo per il Sud deve essere incardinata sulla responsabilità attiva dell’operatore pubblico, non più come pura entità di spesa, ma come luogo in cui si delinea una strategia di crescita, una visione prospettica a lungo termine e non solo a brevissimo termine perché toppa di emergenze. Noi vogliamo uno stato-regista, che sappia indicare una strategia per il mercato, dove sono quasi scomparse le grandi aziende, restano soltanto le piccole. Noi crediamo che lo Stato non debba mettere solo soldi, ma debba innanzitutto mettere idee e formulare prospettive. Rimescolare le carte, favorire l’affermarsi di nuovi gruppi sociali, shakerare il contesto meridionale: noi abbiamo bisogno di questo, perché solo dal conflitto nasce l’innovazione. Noi crediamo in una politica capace di ridisegnare sogni e visioni di futuri possibili, che dia risposte pronte alle emergenze più forti ma che lo faccia all’interno di strategie e di progettazioni organiche e lungimiranti.

Noi indichiamo 5 priorità per lo sviluppo del Sud: legalità, istruzione, innovazione, infrastrutture, bellezza.

Legalità: non facciamoci illusioni, nessuna azione può portare uno sviluppo sano del territorio, se la presenza minacciosa ed ingombrante delle mafie non è debellata. Intensificare la presenza dello Stato nel contrasto alla criminalità organizzata è necessario, ma non basta, perché si colpiscono solo le recrudescenze e il rischio è che tutto torni come prima. Servono un patto con la cittadinanza e politiche di investimenti sui territori ad alta densità criminale attraverso percorsi che creino spirali virtuose legalità-sviluppo-senso civico. Serve una reale politica di prevenzione che preceda le devianze attraverso un’azione solidale tra scuola, reti sociali e poli associazionistici. Ma serve anche una risposta dura e sistematica nell’ambito della preservazione dello stato di diritto, che liberi una volta e per tutte questa parte del paese dall’ipoteca di una criminalità che grava pesantemente su qualunque prospettiva di rinascita civile ed economica. Bisogna continuare ad aggredire i patrimoni mafiosi, e riportare velocemente al bene comune e allo spazio pubblico le proprietà confiscate. Serve poi ripensare decisamente le fallimentari politiche proibizioniste fin qui praticate per contrastare il mercato illegale degli stupefacenti che sono il core business delle organizzazioni mafiosi. Infine la prima forma di legalità è la trasparenza della Pubblica amministrazione. Bisogna rendere veloce, trasparente e corretto il rapporto cittadino-Burocrazia. Gli enti locali devono essere delle case di vetro.

Istruzione: finché non si colmerà il divario tra i livelli di rendimento degli studenti del sud con quelli di altre parti d’Italia, il Paese non sarà mai unito. A ciò si aggiungono l’abbandono e la dispersione scolastica che proprio in Campania e in Sicilia raggiunge livelli tra i più alti in Europa. L’Europa ci chiede infatti di ridurre i livelli di dispersione e di limitare gli insuccessi scolastici. Il quadro oggi è davvero preoccupante in quanto si rischia di tenere fuori dalla “formazione individuale all’esercizio libero e critico dei diritti-doveri di cittadinanza”, di dequalificare la formazione professionale e di consegnare larghe fasce di popolazione alla spirale perversa ignoranza-illegalità. Qui bisogna investire risorse secondo obiettivi che sono già stati individuati: contrasto all’abbandono scolastico, azione di supporto ai ritardi scolastici fin dal primi cicli dell’istruzione, innalzamento delle competenze chiave, i progetti didattici di orientamento,  potenziamento del sistema di monitoraggio e raccolta dati concorrente e integrante il sistema di valutazione nazionale, formazione specifica del personale docente per i bisogni educativi speciali, intensificazione della presenza di asili, investimenti nelle scuole tecniche e professionali cercando di ridisegnare nuovi raccordi scuola-lavoro in termini di innovazione strategica e di ambito,  apprendimento linguistico degli studenti all’estero, utilizzo delle nuove tecnologie per la didattica all’interno di tali obiettivi e, non ultimi, interventi per gli ambienti scolastici. Una politica di intervento organica e continua, con interventi qualitativi più che quantitativi, per intervenire sulle situazioni di maggiore degrado socio-culturale.

Innovazione: il Sud non ha bisogno di grandi opere, ma di un grande investimento nelle infrastrutture delle reti digitali. La tecnologia è il mezzo con cui superare la discriminazione geografica, oggi un giovane del Sud può competere con i suoi coetanei di ogni parte del Mondo se ha accesso alla Rete. Non solo banda larga e ultralarga, ma anche la realizzazione di un’infrastruttura basata sul cloud computing, in grado di rendere interoperabili tutti i servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni. Questa è la proposta di un modello (come, tra l’altro, fatto in Francia) costruito in parte sulle infrastrutture (banda larga e ultralarga) e in parte sulle piattaforme (cloudcomputing/datacenter). Questo, senza dubbio, è un modello funzionale, ma quello che manca è un terzo ambito: ovvero chi deve usufruire poi di questi servizi? Ovvero manca evidentemente quella parte che vada a finanziare interventi mirati a trascinare in questa prospettiva positiva gli esclusi digitali. Che sono tanti. E questo non solo perché è eticamente il dovere di uno Stato, ma anche perché dal punto di vista economico si creerebbe un mercato potenzialmente massivo che adesso non c’è. Ciò sarebbe possibile con un piano mirato di abbattimento del divario e dell’analfabetismo digitale. In questo contesto imprese esistenti e startup si troverebbero nelle condizioni migliori per investire e rischiare, costruendo sviluppo e posti di lavoro.

Infrastrutture: il Sud ha mancato l’appuntamento della globalizzazione, ha perso l’occasione di ritornare ad essere il centro del Mediterraneo. Gli avvenimenti che hanno modificato il quadro geo-politico dei paesi del Maghreb riaccendono l’interesse verso il mare di mezzo. Il Sud deve diventare la piattaforma logistica ed il baricentro degli scambi economici commerciali e sociali che attraversano il Mediterraneo. Serve poi ripensare la mobilità nella macroregione meridionale. Dopo decenni di investimenti nel cemento, impiegare come è stato deciso le risorse per implementare le linee ferroviarie lungo l’asse da Napoli verso est (Bari) e da Napoli verso sud (Reggio Calabria) e all’interno dei territori (Campania, Calabria, Puglia, Sardegna, Sicilia) è una chiara inversione di tendenza. Infine è necessario sostenere ancora di più l’intermodalità e gli interporti.

Bellezza: la difesa e la valorizzazione del territorio e del paesaggio modulata insieme a strategie di sostenibilità ambientale creano ricchezza e sviluppo. Chiudere con le passate cementificazioni del territorio, imporre dovunque piani a volumi zero, sostenere l’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati, investire nelle energie alternative: il Sud può essere il luogo da cui parte una vera e propria rivoluzione ambientale nel Paese. Dalla green economy nascerebbero migliaia di posti di lavoro. Perciò rifiutiamo le logiche che hanno generato le discrasie del sistema ILVA. Ma difendere la bellezza significa anche investire sullo straordinario patrimonio artistico e culturale del Sud che non è solo volano per la risorsa turismo, ma diventa mezzo di riappropriazione della propria identità più vera e profonda: quella culturale e simbolica. Dopo i vergognosi crolli degli edifici storici, il nuovo progetto su Pompei è un prototipo da replicare come anche i possibili progetti per una  strategia di rete dei siti archeologici e monumentali del Sud: da Paestum, a Piazza Armerina, dai circuiti monumentali arabo-normanni, alle miriadi di giacimenti culturali disseminati in tutto il territorio in un ambiente paesistico unico ma poco attrattivo per assenza di infrastrutture facilitative. I grandi attrattori culturali sono un volano di sviluppo di tutto il territorio, le imprese investono in innovazione, il turismo porta ricchezza se viene declinato in chiave moderna, coordinata e qualificata modulandosi in offerte differenziate. Da qui può darsi luogo ad un’inversione di tendenza che consenta di ricollocare le regioni meridionali nuovamente al centro dei grandi circuiti internazionali del turismo culturale e ambientale, nello spirito di un nuovo Grand Tour che punti alla qualità e all’eccellenza, come anche alla particolarità del “vivere italiano”.

Noi vogliamo offrire un discorso nuovo per l’Unità del Paese, che passa necessariamente attraverso il riscatto del Sud. In un mondo globale in cui gli schemi economici sono ridisegnati sotto il segno della società della conoscenza e dell’informazione bisogna tornare ad investire sulla qualità del lavoro e sul lavoro di qualità proprio al Sud. Proprio qui dove la precarietà economica è ancor più insopportabile perché il lavoro nero rende precaria persino la libertà. Noi crediamo che il Sud, puntando su coraggio, modernità, tradizione e conoscenza possa invertire un’antica rotta disegnata da coloro che hanno governato a Roma e nelle nostre terre. La speranza è quella della fiducia nelle potenzialità e nelle capacità che la Storia ci consegna. Una Storia grande e importante, da difendere e da rimettere a frutto senza che nessuno si senta escluso. Solo Matteo Renzi può cogliere questa sfida, perché la questione meridionale è questione nazionale. Non perché qui si vinceranno o perderanno le elezioni, ma perché con le nostre teste e con la nostra libertà sarà l’Italia a vincere. E qui si salva il Paese, qui si ricostruisce l’Italia.
© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

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