Renzi affila le armi: “Partiamo all’attacco” (da www.matteorenzi.it)

lastampadi JACOPO IACOBONI

E già, hanno messo “Attenti al lupo” di Dalla quando inizia a parlare Davide Serra, attesissimo ospite della prima giornata della Leopolda 2012 di Matteo Renzi: non una cena a porte chiuse, un incontro a cui chiunque può entrare. E Serra, bersaglio della polemica di Bersani sui «banditi delle Cayman» ci sa fare con le parole, narra di sé, una storia alla Will Smith.

«Qualcuno mi ha dato del bandito, perciò sono venuto a raccontare la mia storia. Ho giocato a pallavolo, fin quasi alla serie A. Venivo da una famiglia umile, sono stato il primo a laurearsi, anzi, ad andare all’Università. I miei nonni hanno fatto entrambi la guerra. Ebbi come professore Andrea Ichino, il fratello di Pietro. Insieme al rettore, ovviamente: Mario Monti».

Il papà chiese un prestito per mandarlo in Bocconi, «costava in tutto cinquanta milioni… Mi piaceva la macroeconomia e trovai lavoro a Londra, nel ’94. Mandai 140 curriculum, ebbi due offerte, quell’anno solo in due della Bocconi ce la facemmo. E’ da allora che vivo lì, non ci sono andato dopo. Dopo dieci anni di ricerca sono entrato in finanza, cinque anni fa ho avuto la chance di creare la mia azienda: siamo dieci dipendenti, di cui tre italiani, gestiamo poco più di un miliardo di dollari. Puoi guadagnare tanto o perdere tanto. Io ho guadagnato, e investito, personalmente, in due startup a Milano, 35 persone che fanno app per cellulari». Insomma, «è questa la finanza che intendo io, intelligente e solidale». La chiosa è a effetto ma funziona: «Nella vita sono stato molto fortunato, così per ogni bambino che ho io, ne aiuto mille in Tanzania».

«Lo sente? E’ la storia di uno studente il cui babbo fa sacrifici per mandarlo in Bocconi, e lui poi eccelle», conversa Matteo Renzi nel backstage, camicia azzurra, jeans, blazer, mentre telefona alla moglie che gli ha appena spedito un sms («grande Ichino», scrive Agnese). Matteo è molto disteso, in questo avvio della sua terza Leopolda. Nondimeno annuncia alla Stampa «da oggi passo al contrattacco. Davanti alla storia delle Cayman potevamo star zitti e glissare. Ma abbiamo deciso di no, saremo duri, diremo come stanno le cose, anche con i miei collaboratori. E insisteremo con le proposte». Ichino sul lavoro, «la vecchia sinistra dovrebbe fare autocritica, serve un nuovo statuto dei lavoratori che non sia duale, tuteli i protetti ma soprattutto la massa dei non protetti». Sul rapporto opaco tra politica e finanza va all’attacco Sara Biagiotti, consigliera a Firenze: «Noi non siamo quelli della scalata Telecom, quelli di Antonveneta non siamo come Sposetti, che quando nasceva il Pd venne a farci una lezione in fretta e furia su come salvare il patrimonio diessino. Basta pensare al riparo dei patrimoni!». Sulle regole attacca Reggi, durissimo, davvero: «Il segretario del Pd ha reso difficile la partecipazione, mandando avanti i suoi scagnozzi». Oppure: «Noi ai soldi di Riva, quello dell’Ilva, ci abbiamo rinunciato, segretario, rinuncia anche tu!».

E dire che Matteo è parso come pacificato: «Siamo molto vicini a Bersani, incollati. Visto quanta gente di giovedì pomeriggio? Duemila comitati, 114mila iscritti via web, 142mile euro trasparenti, io metto le fatture, e loro? Loro no. In questi giorni mi sono totalmente serenizzato, ma dico che non accetteremo più offese. Stiamo cambiando l’Italia, per i nostri figli e per la sinistra, cioè il futuro». Mostra la foto del primo figlio, Francesco, 11 anni, sul telefonino. «E’ il bersaniano di casa perché, dice, se vince Pierluigi starò di più a casa… E poi sta con la Camusso, il giorno dello sciopero mi ha detto “babbo, che bello questa Kgil (la c pronunciata gutturale, ndr.), che ci fa saltà la scuola…”». In sottofondo, Jovanotti suona la canzone chiave della Leopolda, Tensione evolutiva.

LA STAMPA, 16 novembre 2012

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