Ma Renzi saprà motivare tutti gli indipendenti e portarli alle primarie? (da www.europaquotidiano.it)

immagine documentoMi chiedo: ma gli elettori indipendenti hanno capito che, se vogliono Renzi al governo, devono votare il 25 alle primarie del centrosinistra? Cioè che devono mettersi il cuore in pace: immergersi nella macchina burocratica delle primarie, cercare il seggio di competenza e incolonnarsi in fila, domenica prossima, e poi ancora dopo due settimane, per a) registrarsi, firmare la carta d’intenti, pagare l’obolo e b) rimettersi in fila per (finalmente) votare.
Quegli elettori indipendenti che il Pd di Bersani non lo voterebbero mai, ma che il Pd di Renzi invece molto probabilmente sì – che, poi, sono quelli che danno sostanza al concetto di “vocazione maggioritaria”– potrebbero non avere così chiaro che la partita si gioca ora o mai più. Che c’è un primo turno, punto. Che cioè le vere elezioni che decideranno il prossimo governo del paese sono le primarie del centrosinistra che si fanno domenica prossima. Non quelle sulla cui data Bersani e Alfano stanno così appassionatamente accapigliandosi – della serie: non sappiamo perché chiedervi il voto, ma sappiamo esattamente quando vogliamo chiedervelo. Parliamo delle elezioni vere che, oltretutto, non interessano solo noi: vogliamo ricordare che c’è buona parte del mondo emerso che si chiede: e mo’? Renzi questo messaggio non l’ha fatto passare poi così chiaramente. Anzi, il discorso che la rottamazione è ormai “partita vinta” è fuorviante perché fa pensare che tutto ’sto casino sia stato fatto solo per far fuori D’Alema e Veltroni, con in più il risultato di non aver rottamato proprio nulla di quello che, al di là delle persone, è il vero elemento vizioso (e che pure quel partito lo tiene in piedi): la sua struttura para-statale, i posti di lavoro, le squadrette di ragazzotti da sistemare.
Perché gli elettori indipendenti dovrebbero sentirsi motivati dal compimento della rottamazione delle mummie, quando il sarcofago continua a rimanere, più che chiuso, blindato? Per motivarli bisognerebbe forse sottolineare il dato che sarà comunque il centrosinistra ad andare al governo, e che quindi il 25 novembre non è in gioco la leadership del Pd, ma la leadership del paese. Se vince Bersani, con o senza i voti di Nichi Vendola, al governo ci andrà con Casini. Un déjà vu, un ritorno al passato. Una certificazione di inettitudine al rinnovamento, di mistificazione dei bisogni nati non con la crisi, ma con la trasformazione epocale delle “regole del gioco globale” che questa crisi rappresenta. L’Italia, alla débâcle della rappresentanza, oltre che della proposta politica, risponderebbe con un “usato” che di sicuro ha solo le stimmate del fallimento: di visione, oltre che di gestione.
Se vince Renzi, il Matteo del “rinnovamento” e del cambiamento sul modo in cui «ripensare in economia e in politica» che piace, per dire, ad uno come David Miliband. Casini al governo non ci sarà. Non ci saranno “alleanze” con quelle enclave del potere a vocazione spartitoria che sono quei partiti che, nell’ultimo ventennio, non se ne sono persa una di occasione in cui poter fare la differenza, al governo come nelle amministrazioni locali. E quelle occasioni le hanno tutte, puntualmente, perdute.
«I didn’t come into politics to change the Labour Party. I came into politics to change the country» – diceva Tony Blair. Ecco, parafrasiamolo: per cambiare il nostro paese occorre cambiare la sinistra. Vediamo: chi è meglio attrezzato, tra i competitor alle primarie, ad assolvere alla funzione? Il Bersani che, con quelli delle Cayman non si parla, o il Renzi che, con me al governo, niente più finanziamenti ai partiti? A questo paese serve il “coraggio maleducato” di uno che denuda i totem – sindacali, economici, ideali – e ne rivesta l’immaginario con formule evocative di scenari meno effimeri e più progressisti del neo-benecomunismo coalizionale. Renzi sa portare aria fresca nei palazzi del centrosinistra. Ci porta la finanza – e questo è il suo fino ad ora più grande merito; ci riporta quelli che il Pd l’hanno sempre e solo visto così: à la New Labour. Quindi di centrosinistra, ma motivato a vedere nel paese una “one nation”, non il solito “noi” e il solito “loro”.
Un centrosinistra votabile non solo da quelli che se ne sentono esteticamente parte, a prescindere. Ecco, la domanda è: ma a questi, Renzi, li ha motivati abbastanza sulla necessità di partecipare alle primarie?
@kuliscioff

Simona Bonfante

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