“Chi ha fallito a sinistra vada a casa” (da www.matteorenzi.it)

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di Michele Brambilla su La Stampa

Matteo Renzi ha chiuso la campagna per le primarie come l’aveva aperta: facendo il rottamatore. Quanto è sembrato diverso, ieri alla Leopolda, dal Renzi conciliante e un po’ buonista di lunedì scorso, quando a Sky distribuiva pacche sulle spalle a Vendola e dichiarazioni di stima a Bersani. Ieri il sindaco di Firenze è stato quel che è: un uomo che vive al tempo stesso l’ebbrezza di un grande seguito nel Paese (se non altro per curiosità) e di solitudine nel suo partito. E allora ha giocato all’attacco.

S’è presentato in maniche di camicia come il 13 settembre scorso a Verona, quando era partito il suo giro d’Italia in camper. Ma mentre allora dietro di lui campeggiava uno slogan copiato da Dario Franceschini («Adesso!») ieri ce n’era un copiato da Obama («Il meglio deve ancora venire»), e questo dovrebbe essere già un passo avanti. La Leopolda, magnifica stazione ferroviaria della Firenze della prima metà dell’Ottocento, è ormai la sede delle sue convention: «Qualcuno la confonde con la Bernarda della Littizzetto ma è un appuntamento fisso». E così, sentendosi a casa, Renzi ha parlato come sanno parlare, quando occorre, solo i toscani.

Non è un caso se la prima cosa che dice è il ricordo dell’intervista a «Repubblica» del 2010 quando usò, per la prima volta, il verbo «rottamare». «Forse avevamo bevuto troppo», commenta con il pluralis maiestatis, «ma quell’espressione è passata». Adesso è venuto il momento di rottamare Bersani, che si presenta alle primarie come «l’usato sicuro». «Si era definito così anche il nostro candidato alle comunali di Parma. Poi ha perso contro il candidato di Grillo e sapete cosa ha detto Bersani? Ha detto: non è che a Parma abbiamo perso, è che abbiamo non vinto. Ecco, non vorrei che riproponendo l’usato sicuro tra qualche mese, a livello nazionale, ci ritrovassimo a dire che abbiamo non vinto».

È uno spettro che agita molte volte, quello dell’usato sicuro. Girare pagina, bisogna girare pagina. Cita Baricco che qui alla Leopolda ha parlato il giorno prima: «Se non riscopriamo il futuro come sfida perderemo il nostro destino». Il Renzi dello sprint finale non ha bisogno di elencare di nuovo i contenuti del suo governo («Quelli sono scritti nel programma»), la sua sfida è tutta interna al partito: «Questa è la settimana decisiva. La aspettiamo dal 1994. Da quando un gruppo dirigente era già convinto di avere vinto, sicuro di disporre di una gioiosa macchina da guerra. E visse sei mesi di superficialità».

«La classe dirigente che ci ha portati fin qui è quella che ha rotto il giochino. E chi ha rotto il giochino non può essere chi lo aggiusta». Un concetto che ripete poi con le stesse parole usate due mesi fa a Verona: «Noi siamo gli unici a poter andare al governo senza presentare la giustificazione». Cosa che non può certo fare il centrodestra, ma neanche la vecchia classe dirigente della sinistra. Lo ribadirà più tardi incontrando i giornalisti nella sala stampa della Leopolda: «Questi vent’anni sono stati un fallimento. Il fallimento del berlusconismo. Tuttavia anche la sinistra ha delle responsabilità e nasconderlo sarebbe sciocco». Fra i colpevoli non c’è Prodi («Lui è stato una parte della soluzione al problema») ma la sinistra che non ha saputo tenere in vita Prodi; la sinistra che ha ceduto al «diritto di veto» dei partitini («Dai Mastella ai Turigliatto»); la sinistra che ha campato sull’antiberlusconismo ma non ha mai fatto una legge sul conflitto d’interesse. Insomma la sinistra che perde sempre o, per dirla con Bersani, che «non vince». Renzi dice che è venuto il momento di mandarla a casa, quella sinistra lì: «Squadra che non vince si cambia».

È anche la sinistra che adesso sta cercando di farlo fuori. Così sono convinti nel giro di Renzi. Le nuove regole per le primarie – un monumento alla burocrazia – sembrano fatte apposta per scoraggiare il popolo dei renziani ad andare ai seggi del Pd. Ma guai ad arrendersi. «Voi fate i vecchi comunisti?», dicono quelli di Renzi; «e allora facciamo i vecchi comunisti anche noi». Così, da lunedì parte una campagna «porta a porta, casa per casa, banchetto per banchetto», dice dal palco il sindaco di Firenze; e poi gli scrutatori nei seggi faranno davvero come ai tempi del Pci, ogni scheda verrà controllata ed eventualmente contestata. A questo punto siamo arrivati: a sospettare brogli all’interno dello stesso partito.

Eppure. Eppure Renzi tiene a dire che lui non appartiene ad altri mondi: «Se non volessi bene al Pd non avrei sopportato gli insulti del suo giornale. Mi ha dato perfino del fascistoide». Quante volte l’hanno accusato di intelligenza col nemico. Come quando dicono che è di destra perché chiede i voti dei berlusconiani e dei leghisti delusi: «Ma io penso che invece di allearsi con i partiti moderati, è meglio prendere i voti degli elettori moderati. Le alleanze si fanno con i cittadini, non con le segreterie». Un messaggio diretto a Casini ma anche a Montezemolo. Mentre su Monti è morbido: «Avrei tante cose da chiedere al suo governo, ma senza Monti saremmo finiti a carte quarantotto».

Finisce con una grande chiamata alle armi: «Il cambiamento non è mai stato tanto a portata di mano. Forza, meglio perdere un quarto d’ora ai seggi per registrarsi che perdere i prossimi cinque anni». Domenica aspetterà il voto correndo la mezza maratona. Comunque finisca sarà difficile, all’interno del Pd, mantenere il sereno.

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