Renzi: una nuova terza via (da www.matteorenzi.it)

unita di CLAUDIO SARDO

Matteo Renzi chiuderà la sua campagna in Emilia, in Umbria, in Toscana. Nelle Regioni rosse. Del resto la radicalità della sua sfida, il tratto «sovversivo», l’offensiva politica e simbolica che ha condotto fin dal giorno in cui ha pensato di candidarsi riguarda il corpo, la natura, le radici della sinistra italiana. Forse più della stessa istanza di rinnovamento generazionale, che è diventata la sua leva di consenso. Renzi si mostra soddisfatto, molto soddisfatto dei risultati raggiunti in queste settimane: «È stata un’esperienza esaltante, qualunque sia il risultato finale».

«Si è costituito un comitato Renzi in ogni provincia italiana – prosegue – sono impegnate decine di migliaia di volontari, gli attivisti web sono 114 mila. Abbiamo impresso una scossa alla politica nazionale. E abbiamo dato al Pd un grande patrimonio da spendere per il governo del Paese. Qualcuno sosteneva che le primarie non sarebbero servite a nulla, anzi che ci avrebbero fatto male, che avrebbero provocato solo divisioni: vorrei sentirli adesso. Le primarie sono l’ossigeno del Pd, sono connaturate alla nostra idea di partito e di democrazia».

Il sindaco di Firenze ha 37 anni. Il primo impegno nei comitati per Prodi, la prima tessera quella del Popolari. Alla nascita della Margherita è diventato segretario provinciale di Firenze. Tre anni dopo presidente della Provincia. L’affondo vincente nel popolo della sinistra avvenne alle primarie per il sindaco, nel 2009. Furono poste allora le basi per la sfida di oggi. E la parola «rottamazione» cominciò a circolare. Nonostante la violenza del contenuto.

«No, non ci sto – replica immediatamente Renzi.- Non è vero che rottamazione è una parola violenta. E mi ribello con tutte le forze a ciò che ha scritto Michele Prospero su l’Unità: che la rottamazione abbia addirittura assonanze fascistoidi. Non scherziamo: il fascismo è il male assoluto, è la privazione della libertà. Io invece ho posto un tema reale e largamente sentito, cioè il rinnovamento delle classi dirigenti. Se non avessi usato la metafora della rottamazione neppure mi avrebbero ascoltato. Quella parola non è nulla più che un tributo pagato alle regole della comunicazione moderna».

Le parole però pesano. Producono linguaggio, cultura. Non le pare che la formula della rottamazione abbia prodotto disprezzo e delegittamazione personale, oltre che una certa subalternità alla logica del «tutti sono uguali»? Nello scontro peraltro pure lei ha tenuto i toni alti: a suo tempo disse che senza primarie il Pd sarebbe diventato un partito «totalitario»…

«Il confronto autentico comporta qualche durezza. Ma rivendico di essere stato sempre rispettoso delle persone. Ho fatto la mia battaglia, ho sostenuto ciò in cui credo a viso aperto e alla luce del sole, mai ho offeso qualcuno. Questa è la mia cultura. E ad essa fa fede la mia trasparenza: sto nel Pd, mi batto dentro il Pd, qualunque sia l’esito delle primarie sosterrò il vincitore e mi impegnerò per il governo di centrosinistra. C’era chi diceva che il mio obiettivo era andare nel centrodestra, o formare un mio partito. Tutte balle che sono state smentite dai fatti. Quei discorsi sulla delegittimazione e sulla subalternità avrebbero potuto avere un senso se avessi partecipato alle primarie con intenti strumentali, con secondi fini. Invece sono un democratico e resto in questa comunità».

Parliamo allora del governo futuro. Del cambiamento politico che il centrosinistra si propone di realizzare. È possibile uscire dalla spirale austerità – recessione? È stato giusto approvare la norma costituzionale sul pareggio di bilancio?

«Il mondo ce lo chiedeva. Ed è stato giusto farlo. Il solo dire che quella norma, forse, potrebbe essere rimessa in discussione provocherebbe all’Italia un danno incalcolabile. Per questo spero che non se discuta più. Si discuta invece in Europa e nel nostro Paese su come rimettere in moto la crescita. Abbiamo bisogno di riforme serie. Che non deroghino al rigore, ma che siano finalmente capaci di produrre innovazione, sviluppo, lavoro. Riforme, rigore, crescita: dobbiamo mettere insieme queste cose. Lo stesso Hollande è stato costretto a una manovra finanziaria pesante, compiendo dei passi indietro rispetto alle promesse elettorali. Il nostro orizzonte è una Terza Via tra la spirale austerità-recessione e la vecchia ricetta keynesiana».

Ha nostalgia della Terza Via anni Novanta?

«La parola nostalgia non appartiene al mio vocabolario. Penso però che Blair, Clinton e con loro Schroeder, Prodi, Jospin, D’Alema diedero allora un nuovo indirizzo alla sinistra mondiale. La storia non si ripete, anche perché in quel tentativo ci furono cose buone ed errori. Ma penso che dovremmo provare una nuova Terza Via».

Un governo a guida Pd avrà nei socialisti francesi e nei socialdemocratici tedeschi i suoi principali alleati in Europa?

«Il campo di forze è quello. Ma non credo che la socialdemocrazia sia il modello di sinistra che guarda al futuro. Noi siamo democratici e penso che sia un punto a nostro favore».

In questi giorni ha detto che, se fosse premier, non farebbe la Tav tra Torino e Lione. Ha cambiato idea?

«No. Ho sempre detto che, se dovessimo prendere oggi la decisione ex novo, sarei contrario a destinare somme così importanti ad una simile opera. La Tav non sarebbe una priorità. Ma la decisione è stata presa e ratificata in sede europea, quindi non mi pare economico tornare indietro. E, visto che è stato scritto che strizzerei l’occhio ai No Tav, ribadisco che quando ci sono le contestazioni violente in piazza io, pasolinianamente, sto dalla parte dei poliziotti e dei carabinieri che vengono aggrediti».

Si torna a parlare della violenza in piazza e degli errori della polizia di fronte alle nuove mobilitazioni degli studenti. Non coglie in questo protagonismo dei giovani una domanda importante a cui il centrosinistra deve rispondere?

«Dai giovani e dalla scuola vengono domande importanti. E anche segni di speranza. Il centrosinistra sta con chi vuole innovazione e con chi cerca di rompere le barriere che negano il futuro dei giovani. Ma bisogna anche dire con nettezza che ai cortei si va senza caschi e senza passamontagna. Nulla giustifica la violenza. Come nulla giustifica che il capo della polizia prenda uno stipendio sei volte superiore al capo della Fbi».

Mentre il centrosinistra è impegnato nelle primarie, in tanti lavorano per il Monti-bis. Non teme che tra i suoi sostenitori molti coltivino più l’obiettivo di ostacolare la corsa di Bersani che non quello di favorire l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi?

«Il sostegno al Monti-bis è trasversale. Ci sono sostenitori di Monti tra chi voterà per me alle primarie, ma ce ne sono anche tra gli elettori di Bersani, non ultimo Carlo De Benedetti che legittimamente vota per Pier Luigi ma auspica un Monti-bis. È chiaro che l’establishment italiano vuole andare avanti con il governo tecnico. Sta a noi mostrare solidità e coerenza. Anche in questo caso le primarie ci sono di aiuto: cosa sarebbe la nostra candidatura a guidare il Paese senza questa partecipazione popolare?».

Se lei vincerà le primarie, che rapporto avrà con il Pd? Lei non sarà il segretario del partito, le candidature saranno scelte dagli organismi direttivi oppure da nuove primarie. L’impressione è che Bersani sia più in grado di garantire un ricambio parlamentare che non lei.

«Se vincerò io, avranno vinto le mie idee, le mie proposte. Cambierà tutto. Il rinnovamento sarà profondo perché, a quel punto, sarà sancito da un voto popolare. La distinzione tra ruoli di governo e ruoli di partito non basterà a fermare l’onda di una nuova stagione politica. Non ho dubbi su questo. Naturalmente se vincerà Bersani, sarà leale con lui».

Le piacerebbe che i cinque candidati, dopo le primarie, convergessero in un solo partito?

«Sì. Mi piacerebbe. Un Pd più grande. Perché Partito democratico resta il nome più bello».

Per tutta la campagna delle primarie lei si è rifiutato di parlare delle alleanze. E questo rafforza i dubbi sulla sua reale capacità di guidare un governo. Cosa intende fare se il Pd, Sel e Psi non dovessero raggiungere da soli la maggioranza assoluta dei seggi?

«Noi dobbiamo puntare alla maggioranza. E non pensare fin da oggi a bizantine alleanze parlamentari. Il centrosinistra è stato capace di far cadere Prodi due volte. Abbiamo delle colpe da farci perdonare. Il nostro obiettivo, la nostra responsabilità è convincere gli elettori affinché ci diano la forza necessaria per portare avanti il programma. Se qualcuno vuole stare dalla nostra parte, lo dica in anticipo e con chiarezza. Noi certo non delegheremo ad altri la rappresentanza dei moderati, né la ricerca dei voti tra i delusi del centrodestra».

Sta parlando del Centro. Come giudica l’iniziativa di Montezemolo e di Riccardi? Riusciranno a dar vita ad una lista unitaria con Casini?

«Non lo so. Vedo in campo persone stimabili. Ma al momento mi paiono ancora dentro schemi del passato. Devono dire in modo chiaro, prima delle elezioni, con chi vogliono andare e per fare che cosa».

Lei è credente. Vede la possibilità di ricostruire al Centro un partito di ispirazione cattolica?

«Non ci sarà una nuova Dc, né in formato maxi, né in formato mini. I credenti sono chiamati a misurarsi in un confronto aperto. Io sono cattolico e lo dico pubblicamente. Se qualcuno non mi vuole votare per questo motivo, lo faccia pure perché non rinuncio alla mia identità. Ma nelle scelte concrete rispondo alla mia coscienza: non si fa politica per seguire indicazioni puntali della Cei».

Israele e Hamas hanno sottoscritto una tregua. Ma in questi giorni abbiamo visto una guerra, con spargimento di sangue innocente. Cosa dovrebbero fare, secondo lei, i governi europei?

«Parlare con una sola voce. E dire le stesse cose di Obama. Due popoli, due Stati. Ma per arrivare alla pace necessaria, bisogna anche dire con forza che Israele ha diritto di esistere. È l’unica democrazia in quella parte del mondo. Talvolta Israele eccede nella difesa, e dobbiamo dire anche questo: ma è tempo che la sinistra pronunci parole inequivocabili sul diritto di Israele di vivere senza minacce».

Lei chiede alla sinistra di cambiare rotta. Forse il punto di maggiore differenza riguarda la legislazione sul lavoro.

«Mi pare che ci sia convergenza tra i candidati alle primarie nel giudicare debole la riforma del mercato del lavoro promossa dalla ministra Fornero. Siamo un Paese primatista di disoccupazione e quasi nulla si fa per le imprese che innovano…»

Lei comunque propone soluzioni diverse. La sua ricetta è quella liberal di Pietro Ichino.

«Le proposte di Ichino sono molto serie. Invito tutti a leggerle bene. L’Italia ha bisogno di una sterzata per generare nuovo lavoro. Se resta tutto così com’è, siamo finiti. Non vorrei che il pregiudizio su Ichino si fondasse sul fatto che è cresciuto nella Cgil e poi ha preso una strada diversa dalla Cgil. Attendo ancora che Bersani faccia sentire la sua voce e smentisca Susanna Camusso. Il segretario della Cgil, l’altra sera, ha detto che Ichino dovrebbe stare in un altro partito. Ichino invece è senatore del Pd e penso che Bersani farebbe bene a difenderlo».

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