Pd, una poltrona per due (da www.espresso.repubblica.it)

di Marco Damilano

I sondaggi sono unanimi: la partita si gioca tra Bersani e Renzi, gli altri sono comprimari. Pubblichiamo qui due ‘endorsement’ opposti: Michele Salvati (per il rottamatore) e Nadia Urbinati (per il segretario)

Visti al confronto tv organizzato da Sky negli studi di X Factor i candidati premier del centrosinistra hanno dato un’immagine di compostezza che non si ricordava da anni. Bruno Tabacci, l’eterna spina nel fianco (questa volta sul lato opposto, quello sinistro). Laura Puppato, la Kill Bil (inteso come Benessere interno lordo, misuratore della felicità di un popolo alternativo al Pil) venuta dal Veneto.

Nichi Vendola, il governatore pugliese armato di una pasoliniana disperata vitalità, «sono stato per una vita un acchiappa-nuvole, ma ora voglio governare». E i due candidati principali, il derby democrat che appassiona e divide le tifoserie. Pier Luigi Bersani, il Favorito, the Quiet Man, l’uomo tranquillo del film di John Ford, il leader anti-carismatico del giusto mezzo, «tra massimalismo e minimalismo c’è una strada». E Matteo Renzi, lo Sfidante, per cui si può riesumare il verso di Rilke che fu scelto per il congresso del Pds del 1997: «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Era dedicato a Massimo D’Alema, poi si scoprì che il poeta austriaco si riferiva alla morte e non portò benissimo al leader con i baffi, in effetti. Ma Renzi per il Pd è esattamente questo: un pezzo di futuro che irrompe e scompiglia le liturgie del principale partito della sinistra e che comunque vada non scomparirà.

Il 25 novembre si vota: in arrivo code nei gazebo e polemiche sulle regole, un possibile ballottaggio il 2 dicembre. Sullo sfondo, c’è soprattutto una riforma elettorale che potrebbe azzoppare qualsiasi candidato vincente. Perché è questo il rischio mortale, l’incubo della nostra politica: partire con ambizioni americane e ritrovarsi nella solita palude italiana.

Era il 10 aprile 2003 quando sul “Foglio” di Giuliano Ferrara uscì un lungo articolo intitolato “Appello per il Partito democratico”. «Il popolo dell’Ulivo è in attesa di un atto di coraggio dei suoi politici, di una riorganizzazione del centrosinistra che sia in grado di prevalere sul centrodestra…», scriveva l’autore, l’economista Michele Salvati, a buon titolo nel ristretto club dei fondatori del Pd, con Romano Prodi e Arturo Parisi. «Il Pd attuale è quanto di più lontano ci sia da quello che sognavo io», dice Salvati, oggi direttore del “Mulino”. «Per questo alle primarie andrò a votare per Renzi: l’idea che ho del Pd è incarnata al meglio da lui».

SALVATI: “RENZI PUO’ SCARDINARE UN PAESE INGESSATO”

Non è un annuncio scontato. Così come non è scontato votare alle primarie…
«Ha ragione, lei le chiama così, ma queste non sono primarie. Dovrebbero servire a identificare un candidato premier del centrosinistra, ma in realtà sarà molto difficile che questo nome si scontri con un campione del centrodestra, soprattutto se la legge elettorale sarà cambiata in senso proporzionale. Chi vincerà dovrà sedersi con i capi degli altri partiti, in un quadro di frammentazione enorme. Le primarie del centrosinistra sono il contrario del modello Obama-Clinton, si fanno in un sistema istituzionale opposto. E non sono neppure un congresso di partito, perché qui la conta si fa dopo che la linea politica è stata già decisa».

Quale linea?
«La scelta di Bersani di allearsi con Vendola e, se necessario, perfino con l’estrema sinistra. Una linea accettata anche da Tabacci e che rischia di trasformare queste primarie in un happening propagandistico. Per carità, mi è piaciuto il dibattito televisivo, hanno tutti ben rappresentato quello che è oggi il centrosinistra. E Renzi è stato di gran lunga il più abile quanto a prestanza verbale. Ma non è questo il motivo per cui lo voterò».

Perché Salvati, intellettuale alieno a populismi e giovanilismi, vota per il rottamatore?
«Rottamazione è una parola che non mi piace, a 75 anni mi sembra inopportuno usarla. Però è un termine che accetto: in questa Italia la prima cosa da fare è lottare contro le caste, la mortificazione del merito, le rendite di posizione. Renzi mi ricorda la relazione di Claudio Martelli alla conferenza del Psi sui meriti e i bisogni. Sono passati trent’anni, siamo sempre lì. Un Paese ingessato che aspetta di essere modernizzato».

Nel 2003 lei inseriva Bersani tra i potenziali leader ma aggiungeva che il Pd sarebbe potuto nascere a condizione che D’Alema e Marini ne restassero fuori.
«Bersani come ministro ha avuto notevoli meriti nell’avviare processi di liberalizzazione. Ma ora è il garante di quella che lui chiama la Ditta. Una piccola élite di comando che discende dal Pci-Pds-Ds, la perpetuazione del patto tra il Pci e la sinistra Dc. Il contrario della rivoluzione dal basso, la sinistra liberale, aperta, competitiva che ci vorrebbe in questo Paese. Per scardinare gli equilibri bisogna radicalmente modificare il partito della sinistra così com’è. Con una leadership che deriva da un passato che non esiste più, che si predispone a un lento declino. Un Pd che non è neppure una socialdemocrazia moderna. E’ piuttosto il partito della nobile conservazione». 

Che effetti avrebbe la vittoria di Renzi? Per D’Alema il centrosinistra non ci sarebbe più.
«Dipende dalla reazione degli eventuali sconfitti, in testa Bersani. Certo, se viene presa come una vittoria della destra ci sarà il rigetto. In caso contrario la scommessa di Renzi potrebbe ripartire laddove Veltroni non era riuscito: il suo è un Pd maggioritario che dice di no alle alleanze e punta a vincere da solo. A differenza di Veltroni, Renzi può contare sull’elettorato del centrodestra che si è scongelato. Da questi elettori Renzi può essere considerato un Grillo presentabile. Ma la legge elettorale sarà decisiva per capire se la scommessa sarà praticabile».

E in caso di sconfitta, invece, Renzi potrebbe cambiare schieramento?
«Non giuro sulla sua coerenza, è una persona estremamente mobile, svelta, potrebbe essere tentato di fare come Rutelli. Ma per ora è stato molto attento a dire: io sono in questo campo. Il rischio è un altro: una legislatura che duri pochissimo. Una legge elettorale riformata in senso proporzionale aumenterebbe la frammentazione e renderebbe necessario un Monti bis. Ma come può il Pd di Bersani sperare di governare con l’attuale Porcellum che assegna a chi rappresenta a malapena il 20 per cento degli elettori il 55 per cento dei seggi in Parlamento? Sarebbe una maggioranza tutta composta da Pd e dall’estrema sinistra, con l’esclusione totale delle forze moderate. Come si può pensare di andare con questa coalizione a trattare con la Merkel? Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto un grande politologo del passato, Totò».

URBINATI: “BERSANI DIVENTERA’ L’OBAMA ITALIANO”
Le primarie del centrosinistra italiano, viste da New York dove si è appena votato per rieleggere Barack Obama, fanno un effetto di straniamento.
«Ho visto il dibattito in tv, i candidati sembravano cinque scolaretti impacciati. Il sistema scimmiottato dagli Stati Uniti ha reso tutto ingessato e artificioso. Perché queste primarie con il sistema americano non c’entrano nulla. Negli Usa servono a scegliere chi si candiderà a governare, in Italia chiunque le vinca dovrà allearsi con altri partiti. L’obiettivo per cui si fanno è un altro: rivitalizzare la politica con la partecipazione popolare», spiega la politologa della Columbia University Nadia Urbinati, firmataria con altri 48 intellettuali di un manifesto a favore della candidatura di Pier Luigi Bersani. «L’ho incontrato solo una volta, ma non vale la mia impressione sulla persona. Conta che Bersani si presenti come espressione di una forma mentis collettiva. E’ il capo di un partito, non una personalità scalmanata che presenta solo se stesso. In questi anni il Parlamento è stato ridotto a un serraglio di fedelissimi del leader di turno e si è visto com’è andata a finire. Ora bisogna cambiare».

In Italia i partiti sono travolti dal discredito. Il governo Monti è formato da tecnici che non appartengono alla politica, il movimento di Grillo si presenta come un non partito. Crede che quella di Bersani sia la scelta giusta?
«Bersani coglie perfettamente il problema. Il problema dell’Italia non sono i partiti che ci sono, ma la loro debolezza. Anche nel presidenzialismo all’americana esistono forme di aggregazione simili ai partiti. Anche il movimento di Grillo è un’associazione di persone che si presentano alle elezioni, dunque un partito, dire il contrario è da incompetenti o da ipocriti. Se si dissolvono queste forme di partecipazione restano le aggregazioni attorno a una persona. Ma allora il problema diventa: chi decide? E come si controlla chi decide? Negli Stati Uniti le personalità dei candidati e il funzionamenento del gioco democratico si tengono insieme, in Italia non è così. E il funzionamento delle primarie dipenderà dal comportamento degli attori. Se le sapranno utilizzare per rafforzare con il voto il loro progetto oppure se cadranno in un personalismo berlusconiano. Da questo punto di vista lo scontro tra Bersani e Renzi è molto interessante. Renzi è tattico, Bersani è un uomo di partito classico».

In realtà nelle ultime fasi i due hanno cominciato a scambiarsi le parti. Renzi ha preso a dire la parola “noi”. E Bersani ha personalizzato il suo messaggio.
«Sì, ma restano due prospettive strategiche distanti. Nel dibattito in tv l’antagonismo tra i due è stato tenuto a bada, ma prevedo che nei prossimi giorni i toni torneranno ad alzarsi. Bersani mette al centro della sua azione politica la ricostruzione di una squadra e di un partito, sta provando a mettere in piedi una forte coalizione di governo. Renzi è un leader plebiscitario. Ma deve stare attento: il personalismo può creare un effetto boomerang, una reazione di rigetto».

E’ un berlusconiano mascherato?
«Non direi così, ma di certo insegue una democrazia dell’audience, usa il popolo come pubblico televisivo e non come cittadino elettore, un modello deleterio. Si presenta senza un partito alle spalle, eppure non è un neofita, il professionismo della politica è un tasto avvelenato anche per lui. Sui contenuti Bersani è in linea con lo sforzo di Obama e di Hollande in Francia, usare lo Stato e le risorse pubbliche non solo per motivi di equità e di uguaglianza ma per ragioni di tenuta democratica. In America in campagna elettorale non si è parlato d’altro. Renzi invece ha un progetto di devoluzione di pezzi dello Stato alla Chiesa e ad altre lobby, ad esempio sull’istruzione e sulle scuole private. Un liberalismo cattolico, la cosidetta sussidiarietà, che non capisco e che non condivido».

La vittoria di Bersani significa ritornare ai valori della sinistra, dopo la fascinazione per il modello Blair, la terza via della new left?
«In tutta Europa c’è l’inseguimento di una politica liberista che sta cambiando l’identità del continente. E’ la questione che agita in Italia il dibattito sul dopo Monti. Questo governo ha restituito dignità internazionale all’Italia, ma ha anche tagliato i pochissimi servizi sociali che erano rimasti, a partire dalla sanità, senza spiegare il perché. Vogliamo continuare così? Oppure proviamo in Italia a seguire le politiche di Obama e di Hollande? Se nasce un governo di sinistra anche a Roma si può ripetere la triangolazione degli anni Novanta tra Clinton, Blair e Prodi. E impedire che istituti finanziari e bancari prosciughino le risorse pubbliche».

Bersani è attrezzato per farcela?
«Sì, perché rimette in gioco l’idea che la politica sia uno sforzo collettivo. Senza il quale la politica non potrà rinascere».

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