Il perverso rapporto con gli animali detti da compagnia (di Alberto Cardone)

animali-da-compagnia-a-bordo-si-o-no-L-vq1ClF_3078Accantono oggi la trattazione dei soliti argomenti per riflettere, stimolato in questo anche dalle recenti affermazioni di Papa Francesco, su un fatto diventato ormai costume, una moda, se non, per alcuni, uno status symbol, che a mio modesto parere meriterebbe un’approfondita e seria analisi sociologica e psicologica, gli animali detti da compagnia e la loro eccessiva diffusione.

Preciso subito, affinchè non vi siano fraintendimenti, che sono mosso unicamente dall’amore che nutro nei confronti degli animali, che ritengo debbano essere trattati e rispettati come tali e non certamente come qualsiasi altro oggetto nel nostro possesso.

Definizione di animali da compagnia come recitato all’art. 1, comma 2, del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 28/02/2003:

Ai fini del presente accordo, si intende per “animale da compagnia” ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da pet-therapy, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità.

Partirei, innanzitutto, col riflettere, prendendo spunto dalla definizione di cui sopra, sul termine compagnia.

Pare evidente che possa avere bisogno di compagnia chi è solo, una persona anziana, per esempio, non certamente un nucleo familiare dove ci si augura che vengano compiuti, dai suoi componenti, tutti gli sforzi perché i propri cari possano ricevere sostegno, affetto, comprensione, quelli di cui necessitano. Laddove, poi, ci fossero bambini, sarebbe auspicabile che tutte le attenzioni siano ad essi dedicate, senza che alle naturali distrazioni della vita di tutti i giorni si possa aggiungere anche la tenuta di un animale.

Sarà capitato anche a voi di sentire, a giustificazione, la seguente affermazione: l’hanno voluto i bambini.

Se mio figlio mi avesse chiesto un animale, non mi sarei precipitato ad assecondare il suo desiderio, ma ne avrei tratto forte preoccupazione, perché avrebbe potuto rappresentare il chiaro segnale di un’evidente mancanza e di un necessario bisogno, quello di maggiore attenzione.

Che dire, poi, e sempre a proposito di bambini, di quegli animali trattati come tali, gratificati dalle stesse carezze e dalle stesse dolci paroline che, appunto, meriterebbe un figlio, scena a cui spesso capita di dover assistere.

Dite che sarebbe sbagliato consigliare, per i casi descritti, un’appropriata terapia?

Qualcuno potrebbe rispondere che in fin dei conti siamo in presenza della somministrazione di pet-therapy.

Se fosse pet-therapy, tecnica di intervento terapeutico basato sull’utilizzo degli animali come co-terapeuti nei processi di guarigione, vorrebbe dire, visto l’elevato numero di pazienti, che ci sarebbe da essere preoccupati.

Arditamente ho anche parlato di moda e di status symbol a proposito del possesso di un animale da compagnia ed è giusto che chiarisca il perché.

Nella nostra società, nella società dei consumi, sono molti i condizionamenti che quotidianamente subiamo. Ci sono, innanzitutto, quelli che derivano dalla pubblicità e ci sono anche quelli che derivano dall’emulazione. Spesso siamo portati a ritenere che se una cosa la fanno gli altri, se tutti l’acquistano, se tutti la indossano, se tutti la detengono, perché io dovrei privarmene? Ecco, allora, che parte quel perverso meccanismo che mi induce a non essere da meno. Il cane? Ce l’hanno gli altri, lo devo avere anch’io.

Sta subentrando negli ultimi tempi e per la verità, un altro meccanismo in alcuni di noi, da qui lo status symbol, quello del volersi mostrare superiore agli altri, essendone stato raggiunto ed allora, al primo aggiungo un secondo cane, perché no, un terzo, adducendo quale paradossale giustificazione quella del voler dare al proprio animale una compagnia.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire: ma a te, in fin dei conti, che te ne frega?

Me ne frega per due ordini di motivi, perché mi urta il mancato rispetto degli animali in quanto tali e perché spesso, molto spesso, i “padroni” dei cani, in particolare, alla mancanza di rispetto nei confronti del loro animale, aggiungono la mancanza di rispetto nei confronti degli altri umani.

Trovo, poi, non trascurabile lo spreco di energie affettive, laddove effettivamente esse ci fossero.

Non credete che sarebbe meglio e più giusto riservare un po’ di quelle energie perché si tratti il prossimo con minor diffidenza, maggior rispetto e sempre e comunque con correttezza?

E poi, potete dire di esser sicuri che il vostro animale sia felice di vivere all’interno di quattro mura?

Fossi in voi nutrirei più di un dubbio.

Il naturale istinto dell’animale lo porta a dare affetto al suo “padrone”, ma quell’affetto non son certo che possa essere considerato una chiara dimostrazione di felicità.

Chiudo con un invito. Immaginate di ribaltare il rapporto con il vostro animale e di scambiarvi i ruoli. Credete che vi sentireste a vostro agio?

Alberto Cardone

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