Le premesse del rilancio

Avere una visione per l’Europa non dev’essere un pretesto per non parlare dell’Italia. La crisi italiana trova solo in parte le sue origini nella congiuntura internazionale. Il nostro vero problema ha carattere strutturale e deriva dal progressivo calo del potenziale di crescita italiano registrato negli ultimi 15 anni, connesso alla difficoltà di adeguare la struttura produttiva italiana ai cambiamenti avvenuti su scala globale. L’economia italiana è tra i paesi con il potenziale di crescita meno sfruttati d’Europa e sta soffrendo più di altri per il generale rallentamento ciclico.

Il debito pubblico italiano ha raggiunto circa il 124% del Prodotto Interno Lordo. I mercati sanno peraltro che il livello effettivo è più alto – di circa 3-4 punti – a seguito dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori, i cui pagamenti vengono ritardati.

La credibilità del risanamento finanziario è la premessa di ogni ragionamento sul rilancio dell’economia. Tale credibilità richiede un impegno continuo per la riduzione del debito pubblico, che è il peso maggiore che le nuove generazioni devono sopportare, pagando un caro prezzo per gli errori del passato. Chi vuole governare deve prendersi un impegno chiaro di non scaricare sulla prossima generazione il peso dell’aggiustamento, come ha fatto chi ha governato in passato.

a. Ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico.

Devono essere messe in atto tutte le misure necessarie affinché il debito pubblico cali in modo significativo, anno dopo anno, anche negli anni in cui la congiuntura è sfavorevole, in particolare i prossimi due. Per mantenere tale impegno è necessario mettere in atto un’efficace politica di dismissioni del patrimonio pubblico. Stime credibili (Astrid) ritengono possibile una riduzione del debito al 107% del Pil entro il 2017 e un’ulteriore calo negli anni successivi attraverso un mix di interventi.

In particolare, sul versante degli asset del patrimonio è possibile ipotizzare:

1. la cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi di euro (alla quale deve accompagnarsi una indispensabile revisione delle procedure burocratiche e urbanistiche in assenza della quale ogni valorizzazione di questo patrimonio è impossibile);

2. la cessione di partecipazioni in aziende quotate e non quotate per circa 40 miliardi euro;

3. la capitalizzazione delle concessioni statali per circa 30 miliardi.

b. Un Fondo per la riduzione della pressione fiscale e un’unica Agenzia per combattere l’evasione.

L’onere del risanamento deve ricadere soprattutto su chi ha finora evaso i propri doveri di cittadino. La lotta all’evasione deve essere rafforzata e i benefici di tale lotta devono essere distribuiti soprattutto a chi ha finora sempre pagato, in particolare le classi meno abbienti. Per questo proponiamo la costituzione di un Fondo per la riduzione della pressione fiscale (v. infra 7.c.): i cittadini devono vedere in concreto che se tutti pagano le tasse, ciascuno ne paga di meno, ed essere così coinvolti nella lotta all’evasione.

Per rafforzare la lotta all’evasione proponiamo di integrare strettamente l’investigazione e l’esazione, oggi frazionate tra Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza da una parte e giustizia tributaria e giustizia ordinaria dall’altra. E’ necessario andare verso un’unica agenzia che abbia anche poteri di coordinamento della Guardia di Finanza. Il personale mobilitato nella lotta all’evasione dovrà essere di assoluta eccellenza, adeguatamente incentivato sul recupero dell’evasione e organizzato sia su base territoriale che per settori merceologici. Le strutture saranno fornite di dotazioni tecnologiche di avanguardia che consentano di incrociare le dichiarazioni dei redditi con i dati rilevanti del contribuente (consumi di energia, transazioni bancarie, beni posseduti, collaboratori domestici, ecc.) per identificare i sospetti evasori su cui la Guardia di Finanza potrà effettuare controlli mirati.

c. Dalla spending review alla spending view.

La spending review varata dal Governo in carica ottimizza la spesa esistente, ma non entra nel merito della sua utilità: è un provvedimento tecnico e non politico. In particolare non mette in questione la strategia e l’entità degli investimenti pubblici -50/60 miliardi all’anno di spesa – né considera l’efficacia dei contributi europei – 15-20 miliardi di fondi all’anno – frammentati in centinaia di migliaia di trasferimenti di piccola entità e di dubbia utilità.

La nostra proposta ha invece l’obiettivo di ripensare sostanzialmente il modello di sviluppo fin qui seguito, riallocando risorse verso i ceti produttivi, riducendo in modo sostanziale l’area dell’intermediazione politica delle risorse dello Stato. Più mercato e più solidarietà, riducendo la spesa intermediata. Riteniamo realistici i seguenti obiettivi:

1. Una riduzione del 10% dei consumi intermedi (cioè acquisti di beni e servizi) per la spesa corrente. Base aggredibile: 120 miliardi. Obiettivo di risparmio: 12 miliardi all’anno

2. Una riduzione del 20-25% degli investimenti e dei trasferimenti alle imprese. Base aggredibile: 60-70 miliardi. Obiettivo di risparmio: 12-16 miliardi

3. Una riallocazione produttiva di 50% dei fondi europei. Base aggredibile: 15-20 miliardi. Obiettivo risparmio: 7-10 miliardi

4. Una riduzione dell’area del pubblico impiego, senza licenziamenti e senza esuberi, ma con estensione del part time, riduzione del numero dei dirigenti e limitazione del turn over, con esclusione della scuola, e migliore mobilità territoriale del dipendente pubblico. Obiettivo di risparmio 4 miliardi

5. Un recupero dell’evasione fiscale del 25-30 per cento. Base aggredibile: 120 miliardi. Obiettivo di risorse recuperate 30-36 miliardi.

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