Un nuovo paradigma per la crescita: partire dal basso, smantellando le rendite

a. Sostenere il potere d’acquisto degli italiani

Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno visto il loro potere d’acquisto letteralmente crollare, tornando nel primo trimestre del 2012 al livello del 2000. Questo impoverimento ha portato a una riduzione del tasso di risparmio, mai così basso, e dei consumi. E’ purtroppo certo che ci aspetta, almeno per il prossimo futuro, un ulteriore peggioramento.

In una situazione come questa è assolutamente prioritario intervenire per sostenere il reddito disponibile delle famiglie, soprattutto dei lavoratori dipendenti con reddito medio e basso.

1) 100 euro al mese in più per chi ne guadagna meno di duemila. La nostra proposta è di ridurre l’imposizione tributaria sui lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 2000 euro netti al mese per un ammontare di 100 euro al mese. La forma tecnica della riduzione sarà una detrazione ulteriore, e non un cambio di aliquote per poterla riservare solo ai lavoratori di queste fasce di reddito. Stimiamo la platea interessata tra 15 e 16 milioni di lavoratori. Il costo della detrazione sarebbe quindi attorno a 20 miliardi di euro all’anno che proponiamo di finanziare attraverso il taglio della spesa pubblica “intermediata” (v.supra 3. c.).

2) Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe. Nel corso degli ultimi anni, le tariffe delle attività regolate e dei mercati non pienamente concorrenziali sono cresciute a dismisura. Alcuni esempi: assicurazioni crescita prezzi del 48 per cento, banche 40 per cento, ferrovie 47 per cento, raccolta delle acque 67 per cento, rifiuti 57 per cento. E’ chiaro che una crescita delle tariffe sempre superiore alla crescita degli stipendi non è né equa, né sostenibile. Chiederemo quindi che le Authority di settore, cooperando con l’Antitrust, indaghino sull’evoluzione delle tariffe negli ultimi dieci anni e propongano azioni regolatori per allinearla all’andamento dell’inflazione programmata.

E’ necessario inoltre proseguire ed intensificare la politica di apertura dei mercati dei beni e dei servizi, ivi compresi quelli resi da lavoratori autonomi e liberi professionisti.

b. 250 miliardi di credito garantito per le aziende.

Oggi molte imprese, anche sane, soffrono, ed in alcuni casi chiudono, perché il credito non è disponibile e, quando disponibile, è erogato a condizioni molto onerose. Tante aziende sono inoltre messe in difficoltà dai crediti verso la Pubblica Amministrazione. In queste condizioni, competere con i tedeschi e gli olandesi è quasi impossibile.

Riteniamo che l’accesso al credito nel 2012 e 2013, sarà una delle leve principali per consentire alle piccole imprese di sopravvivere e per avviare un nuovo ciclo di crescita. Per questo motivo prevediamo di riallocare su fondi di garanzia del credito almeno 20 miliardi dei fondi europei, in modo da garantire almeno 250 miliardi di crediti a piccole e medie aziende, dando all’imprenditoria sana, in particolare nel Sud, l’ossigeno per ripartire, a tassi competitivi con le imprese tedesche e francesi. Il progetto è composto di due pilastri:

1. Costituire dei Fondi di garanzia del Credito in ciascuna Regione – capitalizzati con 20 Miliardi di Euro complessivi, sulla base del programma europeo Jeremie (Joint European Resources for Micro to Medium Enterprises). Verranno così garantiti al 50 o al 75% crediti fino a 5 milioni, lasciando una quota di rischio sulla banca d’origine che sarà quindi incentivata a selezionare imprese sane.

2. Chiedere alle banche partecipanti di applicare alla propria clientela prezzi “calmierati” che riflettano i vantaggi del programma (liberazione di capitale, riduzione del rischio creditizio in bilancio e accesso al finanziamento BCE).

c. Smentire Longanesi: dalle grandi opere ai grandi risultati.

Leo Longanesi diceva che l’Italia è un Paese di inaugurazioni, non di manutenzioni. Noi proponiamo di smentirlo puntando sulle innumerevoli piccole e medie opere delle quali il Paese ha davvero bisogno. Non è detto che lo sviluppo dipenda solo da grandi opere per le quali non esistono, nella maggior parte dei casi, neppure le più elementari valutazioni d’impatto economico. L’Italia spende una cifra spropositata in trasporti e infrastrutture: quasi il 3% del Pil in confronto all’1,86% della Germania e all’1,70% della Francia. E’ una spesa non sempre necessaria e altamente inefficiente, se si pensa che il costo al chilometro delle autostrade è il doppio di quello spagnolo, mentre quello della TAV è stato stimato 3 o 4 volte quello francese e spagnolo. Negli ultimi vent’anni abbiamo speso l’equivalente di 800 miliardi di euro in infrastrutture, con risultati tutt’altro che soddisfacenti.

Noi proponiamo di invertire la rotta con tre mosse:

1. Dare la priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie operecome, a titolo di esempio: la costruzione di asili nido (v. supra, 4.a.), interventi per decongestionare il traffico e per il trasporto pubblico locale, per il recupero ambientale, la messa in sicurezza di edifici in aree critiche o l’efficienza energetica.

2. Scegliere le grandi opere che servono davvero. Rivedere il piano delle infrastrutture chiedendo che una commissione internazionale di esperti fornisca un parere indipendente su costi, rischi vantaggi e benefici di proposte alternative. Mettere a punto un modello di co-partecipazione al finanziamento delle amministrazioni locali che beneficiano degli investimenti per evitare il fenomeno “tanto paga Roma”.

3. Puntare sulle infrastrutture del futuro– Banda larga. Realizzazione di un Next Generation Network (NGN) messo a disposizione di tutti gli operatori di telecomunicazioni a parità di condizioni tecniche ed economiche e di proprietà di un soggetto esclusivamente pubblico senza fine di lucro e non scalabile promosso da Cassa Depositi e Prestiti,. Impiego di un mix di tecnologie per coprire il digital divide effettivo. – Smart mobility. Sul modello delle esperienze sviluppate in diverse città europee. – Energia. Ammodernamento della rete elettrica e del mercato per ridurre il costo della bolletta, spingendo sullo sviluppo della generazione distribuita ad alta efficienza (così da minimizzare i costi di produzione), individuando un nuovo paradigma di sistema elettrico che superi il modello di produzione accentrata ed i conseguenti costi in infrastrutture, consentendo progressivamente di ridurre i costi di trasporto, dispacciamento e bilanciamento. L’obiettivo è di costruire una politica energetica che superi il livello nazionale, per integrare i sistemi energetici continentali e per realizzare l’interconnessione dell’intero spazio mediterraneo.

d. Riaprire l’Italia agli investimenti stranieri.

Se l’Italia riuscisse ad allinearsi a un Paese europeo in posizione mediana nella graduatoria per capacità di attirare gli investimenti stranieri come l’Olanda, questo significherebbe avere ogni anno un flusso aggiuntivo di investimenti in entrata di quasi 60 miliardi di euro, con la conseguente apertura di centinaia di migliaia di posti di lavoro e l’avvio di molti piani industriali fortemente innovativi. Per raggiungere questo risultato occorre, prima di ogni altra cosa, migliorare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, semplificare la legislazione fiscale e quella del lavoro, armonizzandole agli standard europei e rendendole leggibili in inglese; occorrono inoltre precise politiche pubbliche di attrazione degli investimenti, secondo le linee indicate dal Comitato Investitori Esteri.

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